giovedì 10 novembre 2022

Trouvaille - nuova libreria e boutique del fantastico!

E' con molta gioia che sono andata a farmi un giro in una nuova libreria interamente dedicata al fantastico, dal fantasy alla fantascienza, con particolare attenzione per i libri illustrati (una cosa che, da illustratrice, ho gradito moltissimo!): Trouvaille - libreria e bottega del fantastico, è stata inaugurata a Torino - città magica per eccellenza - proprio il primo di Ottobre, tradizionale capodanno Celtico, festa di Samhain, successivamente canonizzata nella festività di Ognissanti. Quale giorno migliore, se non quello in cui i veli tra i mondi si assottigliano e gli spiriti danzano tutt'intorno a noi, per aprire la porta di un piccolo mondo dal sapore antico, che a sua volta ospita tutti i regni del fantastico? Trouvaille è situata in una deliziosa stradina del centro torinese, Via Barbaroux 8, e già dall'insegna, dalla vetrina, ci invita a varcare la soglia: il negozio dal dolce stile retrò ospita numerose meraviglie. Lovecraft, Stephen King, romanzi fantasy, saggistica e magnifici libri illustrati, per ragazzi ma anche per adulti, perché questi tesori sono e devono essere destinati alle persone di tutte le età, che sanno apprezzare la bellezza, il mondo oltre il velo, il fantastico in tutti i suoi aspetti.
Diciamolo pure; a Torino mancava un posto così. Ed è stato bello che qualcuno abbia deciso di crearlo, quasi magicamente, in un momento in cui abbiamo tanto bisogno di sognare, di evadere ma anche di conoscere, esplorare, approfondire tutte quelle meraviglie in grado di nutrire la nostra anima nel profondo. Sono stata molto felice di conoscere la titolare e sua sorella, due giovanissime ragazze nelle quali ho ritrovato il mio stesso amore per certe tematiche e certi mestieri. Perchè le arti e i mestieri devono continuare ad essere coltivati con dedizione. E rincuora vedere che non tutti i giovani sono ostaggio di un sistema moderno che vuole creare solo schiavi, convertiti alla dottrina del "fare" solo quegli studi e quelle professioni oggi molto richieste, in vista solo dell'utile, del posto assicurato o di un certo tipo di guadagno. Ci sono ancora persone giovani che hanno voglia di aprire nuovi orizzonti e fare qualcosa con passione. Questo dona speranza.
Un po' come l'atmosfera fiabesca che si respira in questa libreria e che spero di mostrarvi almeno in parte in queste mie foto, invogliandovi a visitare, se potete, questo antro del fantastico che, così mi auguro, saprà incantare con i libri e con tante splendide iniziative.


MR










 

martedì 1 novembre 2022

Dracula di Bram Stoker e il terrore che viene dall'Est

 

Il film di Francis Ford Coppola, ispirato al celebre romanzo di Stoker (a sua volta ispirato alla sanguinosa leggenda che aleggia attorno al personaggio di Vlad Tepes, Principe di Valacchia), è suggestivo e pittoresco, romantico e crudele, trasuda sangue ed erotismo, dove uno viene sublimato nell'altro in una catarsi visionaria e struggente.

Ma l'aspetto più interessante sono i due mondi europei a confronto: da una parte c'è quello occidentale, della Londra di fine '800, vistosa, moderna, pullulante di nuove scoperte e della nascente borghesia, nella quale solo le atmosfere aristocratiche ormai in decadenza sembrano conservare pathos ed eleganza. Jonathan Archer, giovane impiegato, figura sbiadita ed insignificante, mimetizzata nel grigiore piccolo-borghese, sembra essere l'eroe di quel mondo ancora prima del cacciatore Van Helsing, emblema, insieme ai suoi accoliti, dell'arroganza occidentale bramosa di distruggere tutto ciò che non comprende e considera pericoloso e contrario alla propria morale.
Dall'altra parte c'è l'Est, la Transilvania di Dracula, oscura e inquietante, ma profondamente mistica. È questo un mondo ancora arcaico, in cui dominano le ombre e gli ululati, le tenebre della notte e i rituali blasfemi, le spose-vampiro e la memoria dei tempi antichi, fatti di gloriose e cruente battaglie. Dracula è il re di questo mondo. Egli si muove fluttuando in esso come un fantasma; è il Signore dei Lupi, totem ancestrali del mondo pagano, il Signore delle Bestie, delle quali assume anche le sembianze, dissolvendosi in una metamorfosi continua, panteista, ove i confini tra vita e morte, umano e sovrumano, divino e animale, sono estremamente labili o quasi inesistenti. Come l'arcaico Signore delle Bestie - Adonis, Orfeo, Dioniso-Zagreo - egli ha potere sugli animali e sulla natura, governa gli istinti e le tempeste, può sedurre e soggiogare la psiche nel profondo, padroneggia la magia, finanche tramuta le lacrime in cristallo. Come gli Dèi che ho citato, ha un aspetto bellissimo e grande fascino, ma il mondo occidentale, ostaggio del credo cristiano e del razionalismo, lo vede nel suo aspetto terrifico, poiché dai suoi poteri e da ciò che rappresenta è terrificato. Come Orfeo e altre divinità della natura selvaggia, il destino di Dracula è quello di essere ucciso e decapitato, smembrato nel corpo dunque, ma reso immortale nella sua essenza. Temuto e amato al tempo stesso, come principe della "wilderness" egli è anche il custode della psiche inconscia, che l'ego razionale non può dominare. E come l'inconscio, il mondo da cui proviene Dracula è un mondo fatto di simboli, di potenti visioni archetipiche, dove l'Imago del dio selvaggio che egli incarna suscita ancora meraviglia e orrore, dove gli idoli della nuova religione non hanno alcun potere, mentre la magia scorre ineffabile, l'amore attraversa gli oceani del tempo in quanto eterno, forte più della morte, avviluppato da una passione che arde immortale come il vampiro.
Così Dracula, che fu un eroe per quel mondo antico e perduto, contraddistinto dalla truce purezza della violenza, oscuro eppure così pregno di sentimento, nel mondo moderno occidentale diviene un demonio, il mostro odiato e cacciato dai novelli paladini del bene.

Oggi più che mai la storia di Dracula sembra la metafora dello scontro ineluttabile tra due mondi incompatibili tra loro: Est e Ovest ma soprattutto antico e moderno, pagano/panteista e cristiano/antropocentrico, inconscio e razionale, spirituale e pragmatico. E la principessa Elisabetta - perché c'è sempre una principessa - che incarna il potere femminile, appare la sola forza in grado di riportare a casa l'antico principe, accoglierlo tra le sue braccia, amarlo e onorarlo per ciò che è, restituendo a quel vecchio mondo il suo splendore.
 
 
MR
 
 
Una locandina del Dracula di Bram Stoker, di Francis Ford Coppola

Una scena del Dracula di Bram Stoker

Un affascinante Gary Oldman nei panni del Principe Vlad Dracula

 

martedì 7 giugno 2022

L'Ombra e il Male nella civiltà contemporanea

Negli ultimi due anni abbiamo assistito ad una accelerazione del processo di decadimento culturale della nostra società; l'Italia è uno dei paesi in cui questa decadenza è risultata più violenta e visibile per tutta una serie di fattori politici, sociali e psicologici.
Questo inasprimento di meccanismi già avviati diversi anni or sono, che concernono il linciaggio mediatico e sistematico di chiunque non si allinei all'ideologia dominante, è stato dovuto alla crisi innescata dalla politica covid - e sottolineo "politica covid", non dal covid che si sarebbe potuto gestire in tutt'altra maniera e senza l'isteria collettiva che invece hanno volutamente scatenato le autorità attraverso la spettacolarizzazione della morte e della malattia ed il mantenimento di una grottesca parodia dello stato di guerra - ma, in realtà, è stato solamente il trionfo di un culto della prevaricazione innescato in tempi non sospetti, istituendo di fatto la creazione e persecuzione del capro espiatorio, e coltivando l'intolleranza verso le opinioni differenti da quelle divulgate dal mainstream.
In particolar modo, ciò che è stato istituzionalizzato dall'inizio della pandemia fino all'attuale conflitto russo-ucraino, è stata l'invenzione di un satanismo laico (da Satana, "Avversario"), ossia di un nemico pubblico contro il quale convogliare tutto il malcontento, la frustrazione, l'odio sociale. Un nemico sul quale riversare la colpa di tutto il male che accadeva e continua ad accadere.
In principio, erano le persone che uscivano di casa, magari per una passeggiata in solitaria, e/o che mettevano in discussione le ignobili misure restrittive del regime sanitario, le quali hanno abbattuto in poco tempo i principi della nostra Costituzione e del nostro stesso ordinamento liberal-democratico. Poi, il nemico è diventato il non vaccinato, contro ogni principio ed evidenza scientifica, la persona contraria al green pass, ovvero chiunque volesse mantenere integra la proprietà del proprio corpo contro i tirannici, sadici trattamenti sanitari imposti da autorità e propagandati da istituzioni i quali dovrebbero essere tutti, indistintamente, processati innanzi ad un tribunale internazionale per crimini contro l'umanità. Infine, il nemico è diventato Vladimir Putin, Presidente della Federazione Russa, e con lui i Russi tutti, finache la cultura e l'arte russe: anche questo è accaduto in un'atmosfera di totale irrazionalità, ignoranza o malafede sulle ragioni della Russia e le questioni geopolitiche, insomma, in un clima di continua caccia alle streghe, di inquisizione, di persecuzione e messa al bando di tutte le opinioni dissonanti con l'unico coro stonato diretto dal potere attuale.
Le masse si lasciano trascinare inerti in questo mostruoso "Gioco del Trono" in cui ogni individuo è solo uno zombie telepilotato e scagliato contro i nemici di turno, che quasi sempre sono solo i vivi, cioè gli uomini liberi che conservano ancora il lume della ragione, il calore della dignità, il buonsenso. Questo nonostante i mass media ed il clero che viene chiamato a recitare la propria parte in un teatro sempre più assurdo e grottesco si contraddicano in modo palese, divulghino notizie che risultano poi essere sistematicamente false, mentre sul fronte opposto ci si adoperi affinché qualche barlume di realtà oggettiva, ergo di verità, possa arrivare dentro le case di ognuno assieme alla valanga di menzogne che vi giungono con troppa facilità.
Sorge spontaneo chiedersi quale eggregore terrifica si sia impadronita dell'inconscio collettivo, quale Nume agisca attraverso le persone in una sorta di vera e propria possessione che va ben oltre l'ipnosi di massa, perché dall'ipnosi è possibile svegliarsi, mentre qui ci sarebbe bisogno di chiamare a raccolta tutti i migliori esorcisti della storia del cinema, dal famoso prete a Costantine, fino ai fratelli Winchester di Supernatural. E forse non basterebbero i loro sforzi congiunti a contrastare questa follia che sembra animare legioni di individui ridotti ormai a gusci vuoti, privi di cuore e di pensiero, o meglio, abitati dal pensiero che qualcun altro, dall'alto, stabilisce per loro.
Da studiosa indipendente e appassionata di psicoanalisi junghiana, la mia personale spiegazione risiede in quella che oggi potremmo definire l'Ombra collettiva, formata da tutte quelle pulsioni, da quei fattori inconsci, dagli elementi naturali rimossi a forza dalla coscienza della società.
Tra questi elementi, vi è sicuramente il sentimento religioso. Per troppo tempo la civiltà occidentale ha premuto l'acceleratore sull'atteggiamento positivista, scientifico che è divenuto scientista, utilitarista-remunerativo; una volontà di sezionare ogni cosa, togliendo magia e sponaneità alla vita stessa, unita all'atteggiamento aggressivo nella pretesa di "disinfettare il cielo", come avrebbe detto il mio padre spirituale Carl Gustav Jung, e la natura stessa, dagli Déi. Ma come anche la storia più antica ci insegna, il bisogno di spiritualità, di fede e culto, di ritualità e misticismo, è parte integrante della nostra natura umana, a prescindere dalle singole opinioni che ognuno ha della religione o della metafisica. Non si può sopprimere il sentimento mistico senza che questo esploda, presto o tardi, in una vera e propria isteria religiosa rivolta a ciò che in quel preciso momento storico si sostituisce alla religione, offrendo protezione vera o presunta, rimedi contro il "male" del momento, un sistema di dogmi e credenze che vanno a costituire una fortezza inespugnabile dai fautori del dubbio e della critica razionale, una certa ritualità, una o più istituzioni di riferimento, dei mantra da ripetere per convincere i fedeli, degli oggetti di riconoscimento quindi di culto, e naturalmente un "maligno" contro il quale indirizzare tutte le emozioni negative. In tempo di pandemia, è stata la scienza medica ad auto-proclamarsi nuova religione, in tutto e per tutto, con il suo clero di scienziatucoli da salotto e squallide processioni di flagellanti in coda dinnanzi agli hub vaccinali, che ripetevano pappagallescamente quelle patetiche giaculatorie inculcategli dal sistema mediatico, da pessimi dirigenti politici, e da una classe medica che ha del tutto abdicato a quello che doveva essere il suo ruolo, ovvero curare il malato, e non certo distruggere la salute psico-fisica dei sani. Il tampone naso-faringeo è divenuto il nuovo strumento di tortura, simile all'ago di 9 centimetri con cui gli inquisitori infilzavano ogni parte del corpo delle presunte streghe al fine di scovare il marchio del maligno. I gel igienizzanti hanno rimpiazzato l'acqua santa, le mascherine sono divenute il marchio che distingue gli obbedienti da coloro che proprio rifiutano di sottomettersi al nuovo credo. Questi ultimi, i non-genuflessi, sono stati trasmutati nelle odierne incarnazioni del male, responsabili dei contagi, delle morti, delle terapie intensive e di qualunque altra stupidaggine si prestasse ad essere strumentalizzata dai nuovi chierici. Non vaccinati o semplicemente critici nei confronti dei vaccini, non credenti della narrazione ufficiale (che come sappiamo fa talmente acqua da non risultare credibile neppure per un contadino analfabeta degli anni '50, che perlomeno sarebbe stato in grado di farsi delle domande di fronte ad emerite idiozie come quelle che sono state impunemente pronunciate), personale sanitario che poneva delle legittime domande o sollevava altrettanti legittimi dubbi, giornalisti non allineati, persone comuni riunitesi nelle piazze per manifestare il proprio dissenso verso la politica del controllo e dello psico-terrorismo, come previsto dall'insieme dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione.
Un altro elemento costitutivo dell'Ombra collettiva, che ha contribuito a proiettare questa in modo così potente da oscurare il cielo, e di conseguenza, nelle tenebre dell'ignoranza e dell'irrazionalità, ridefinire il concetto stesso di Male, annullando simultaneamente ogni capacità di discernere quest'ultimo dal bene, è senza dubbio la rimozione forzata di tutte quelle pulsioni aggressive designate alla sopravvivenza dell'individuo. Per anni, quelle stesse parti politiche che hanno imposto TSO e istigato all'odio verso i non-genuflessi, non hanno fatto altro che indottrinare la popolazione con idee di inclusività e accoglienza che puntualmente si sono scontrate con le realtà barbariche e feroci di chi era il primo a non volersi né potersi integrare, hanno messo al bando e castigato severamente ogni pensiero che si mettesse di traverso alle ideologie dominanti (uno dei tanti esempi è il caso Rowling, che cito perché trattasi di una collega, quando ha osato ribadire ciò che è ovvio per legge di natura, ossia che esitono i generi maschile e femminile), hanno risposto agli attenatati terroristici con i gessetti colorati e la loro banale idea di tolleranza; ci siamo sentiti dire che non dovevamo essere razzisti, xenofobi, transfobici, e mentre i loro palazzi edificati sul nulla tentavano grossolanamente di sostituirsi ai nostri castelli dalle salde fondamenta, mentre i loro arcobaleni sintetici volevano soffocare le nostre profonde radici, mentre i loro cavalcatori di razzi su Marte hanno preteso lo spazio e la considerazione del nostro passato di cavalleria, poesia e valori, l'aggressività di questi novelli paladini dei diritti umani veniva rivolta sempre più e sempre con maggiore intensità contro chiunque osasse professare idee ed opinioni differenti dalle loro. Non sto parlando solo di conservatori o di clerico-fascisti, ma anche di liberi pensatori come me, che non amano genuflettersi alle "ideologie alla moda", come cantava Battisti in Una giornata uggiosa.
Ecco come la naturale aggressività repressa nelle masse attraverso meccanismi sociali e mediatici - nonché scolastici ed accademici - implode ad un certo punto con tutta la violenza di cui è capace, precisamente nel momento in cui viene creato ad arte un nemico che, diversamente da altre categorie, risulta legittimo odiare, denigrare e ghettizzare: ieri i no vax, oggi i Russi, domani i russofili, filo-putiniani, non vaccinati e col volto scoperto, che magari non si genuflettono allo sventolare della bandiera NATO o semplicemente scorgono le dinamiche perverse, le montagne di bugie, il terrorismo psicologico che stanno dietro ad un potere ormai in decadenza il cui unico scopo è mantenere se stesso in piedi, anche se barcollante, ancora in vita anche se già putrescente.
Questi sono, in definitiva, i pilastri dell'Ombra collettiva, e dunque le cause primarie del Male contemporaneo che ho potuto individuare osservando, percependo ed analizzando ogni cosa dalla mia prospettiva, che è quella di un'autrice e ricercatrice indipendente con una particolare attenzione ed una certa sensibilità per il sociale, ma soprattutto per quello che si muove sotto di esso, e che potremmo sommariamente definire psiche collettiva. Naturalmente vi sono molti altri contenuti inconsci, nonché influenze metafisiche, che contribuiscono all'eclissi della coscienza collettiva, all'addensarsi e scurirsi dell'Ombra, e quindi al propagarsi del Male nel mondo contemporaneo esattamente come un virus, attraverso l'inevitabile connessione delle menti, in barba a tutte le profilassi rappresentate dai nostri libri di storia e dalla memoria recente degli olocausti che si sono consumati, dei regimi totalitari, delle guerre che, prima fra tutte, uccidono la verità.
Non mi dilungherò in questa sede ad approfondirli uno per uno, ma invito chi ha letto e gradito questo articolo a seguire anche l'altro mio blog, Figli della Libertà, dove tento di fare una disamina dei fenomeni psichici, occulti e spirituali partendo sempre dalla nostra attualità.

MR

immagine dal web



       

mercoledì 10 novembre 2021

Libertà di scelta sul proprio corpo e le vere ragioni per cui la stanno violando

 La civiltà liberale e democratica in cui siamo cresciuti custodisce tra i suoi valori alcuni principi intoccabili; uno di questi è la libertà di scelta sul proprio corpo. Per questa libertà si sono battute le femministe storiche e tutti i movimenti per i diritti umani che hanno messo al centro della loro lotta il rispetto della persona umana, sancito anche dall'articolo 32, comma 2, della nostra Costituzione. Scegliere sul proprio corpo è il fondamento di ogni libertà senza il quale tutte le altre scelte perdono di significato. Potremmo altresì definire la libertà di scelta sul proprio corpo come la conditio sine qua non per tutte le altre libertà.
Dinnanzi a questa premessa, sorge spontanea una domanda: possono le autorità occidentali, sulla base di un'emergenza vera o presunta, violare, negare questa libertà, e con essa il diritto alla salute psico-fisica, il quale è possibile solo se coesistono il diritto alla corretta informazione sui trattamenti ricevuti ed alla conseguente possibilità di scegliere se e quali trattamenti ricevere? Per una persona di buonsenso, la risposta è una sola, e coerente con precedenti sentenze giuridiche emesse in Italia: nessuno può revocare, temporaneamente o per un tempo indeterminato, il diritto alla libertà di scegliere coscientemente sul proprio corpo.

Invece quello che abbiamo visto in questi ultimi mesi, è un abuso di Stato senza precedenti. E' iniziato con un piccolo sopruso, quello dell'imposizione delle mascherine, una volta accettato il quale, ecco pronto subito l'invasivo tampone oro-faringeo (a detta di medici di vasta esperienza come il Dott. Massimo Citro, assai meno affidabile dei tamponi salivari). E infine, il trattamento genico sperimentale meglio noto col nome di vaccino anti-covid. Obblighi che violano la dignità ma che vengono imposti alla popolazione con la scusa della necessità, del dovere civile, della tutela della salute propria e altrui.
Ma quali reali intenti ci sono dietro questi abusi sul corpo delle persone?
Ormai la mattanza di Stato causata dalle vaccinazioni di massa è innegabile e sotto gli occhi di chiunque voglia guardare con onestà. Persone con reazioni avverse più o meno gravi, giovani prima sanissimi e successivamente menomati da patologie spesso irreversibili, morti tra tutte le fasce d'età sottoposte ai vaccini. Eppure le autorità e le istituzioni si ostinano a perpetrare quelli che sono a tutti gli effetti dei crimini contro l'umanità.
La prima ragione di ciò è senza dubbio il business. Case farmaceutiche con legioni di azionisti, personale pagato 80 euro l'ora per vaccinare negli hub, un'industria farmaceutica e medico-chirurgica che si arricchirà grazie a moltissime persone che erano sane e ora sono diventate malati cronici.
Ma vi è anche un'altra, più subdola motivazione, che spinge verso questo comportamento sadico e criminale. Ed è legata, appunto, alla violazione della proprietà del corpo.

Quella del corpo è la prima ed indiscussa proprietà di ogni essere umano. Si può non possedere nulla, ma il corpo ci appartiene, sempre e comunque. Viceversa, si può essere anche molto ricchi, possedere imperi finanziari e grandi beni immobiliari, ma se non si ha la proprietà del proprio corpo, nei fatti non si ha nulla. Solo dalla libera scelta sul corpo dipende la possibilità di un autentico benessere. Tale scelta non è dunque sacrificabile per nessun altro, fossero pure tutti gli altri. A meno che non parta da una decisione consapevole ed autonoma.
E' intuibile come violata la proprietà del corpo, la violazione della proprietà privata, ad esempio, diventa un passo ulteriore e facilmente accettabile per quel bene collettivo di cui da sempre si riempiono la bocca i peggiori fautori dei regimi comunisti e non solo. La prima e più grave violazione, quella della proprietà del corpo, spalanca una finestra di Overton che, successivamente, diviene difficile richiudere.
Non solo.
Avere il controllo del corpo altrui è il modo per ottenere il controllo anche sulla mente senza particolari sforzi. Tutti noi sappiamo bene, per esempio, quanto avere controllo sul nostro corpo attraverso una buona alimentazione, l'attività sportiva, la meditazione o altre pratiche di rilassamento, ci offra un benessere non solo sul piano fisico, ma anche su quello psichico e spirituale. E' vero anche l'opposto. Perdere questo controllo ci causa sofferenza psico-fisica e limita le nostre facoltà intellettuali e spirituali.
Opprimere fisicamente una persona negandole di respirare liberamente la rende schiava: se anche la pratica più importante di tutte, cioè la respirazione, diventa difficoltosa, se essa viene soggetta a regolamentazioni, e se si riesce a convincere le persone che questo sia giusto per sé e per altri, le si può convincere di qualunque cosa. Anche il tampone invasivo è una violenza sul corpo, e insieme è umiliante. Non parliamo poi di un trattamento che intossica, causa febbre e dolori, fa star male nei casi più gravi con patologie invalidanti, e può arrivare anche a uccidere. E' chiara l'intenzione di chi vuole controllarci, di chi ci vuole imbrigliare e schiavizzare psicologicamente. Se ho il potere di farti soffrire, di causarti dolore, ho potere su tutta la tua persona. Il controllo psicologico passa per forza dal controllo fisico.

Pensiamo a come, per molti secoli, le donne sono state tenute in una condizione subordinata rispetto all'uomo (e in molti paesi vivono tuttora in penose condizioni di schiavitù). Il controllo della donna si è ottenuto escludendola dall'istruzione e quindi dalla vita culturale, dai ruoli di potere e dalla vita politica e, non ultimo, dall'addestramento marziale, perciò dalla vita militare. Molti storici e storiche per i diritti delle donne si sono interrogati sul perché le donne abbiano accettato tutto questo nel tempo. Dal mio punto di vista è possibile dare diverse risposte, ma tutte si riducono irrimediabilmente alla vera, essenziale risposta: il controllo del corpo delle donne.
Stupri legalizzati, continue gravidanze indesiderate, negazione del diritto a poterle interrompere o ad evitarle categoricamente. Le donne sono diventate fisicamente sempre più deboli, il loro corpo è stato trasformato nella vita e nell'arte, rendendolo pesante e statico. Questa deformazione del corpo ha causato anche una deformazione psicologica profonda. Sentendosi fisicamente deboli e appesantite, le donne nella storia raramente hanno cercato il riscatto, la rivolta, l'indipendenza. Al contrario, hanno accettato la leadership maschile e di essere proprietà di padri, fratelli, mariti, persino figli. Solo con grandi sforzi le donne sono riuscite a riconquistare la libertà e la proprietà dei loro corpi, una volta ottenuta la quale anche la salute e l'estetica femminili ne hanno guadagnato. Scattanti donne militari, magnifiche atlete, splendide sportive e aggraziate ballerine, donne che praticano scherma o equitazione, che imparano a combattere come gli uomini, che curano il loro corpo con tutti i trattamenti necessari e che si rimettono in forma dopo le gravidanze. Questo ha migliorato anche il benessere psichico delle donne ed incrementato le loro intelligenza e combattività.
A ribadire come una condizione di libertà mentale dipenda fortemente dalla libertà sul proprio corpo.

Oggi questo discorso si può estendere a tutta la popolazione. Vi è una malefica intenzione di schiavizzare totalmente le persone privandole della proprietà del loro corpo innanzitutto. Una volta ceduto il diritto più importante, la strada verso la perdita di tutti gli altri diritti è vertiginosamente in discesa. Una popolazione fisicamente indebolita o malata, o comunque sottoposta continuamente a trattamenti farmacologici intossicanti, che inibiscono le facoltà fisiche ma anche quelle neurologiche, e distruggono il sistema immunitario che è la prima grande meraviglia del nostro organismo, sarà una popolazione docile rispetto all'autorità, remissiva e facile da governare. Una volta convinte le persone che il loro corpo appartiene allo Stato, ad una vaga collettività o alla scienza stessa, si avranno popoli totalmente sottomessi. La coercizione che neppure i più truci regimi nazi-fascisti e comunisti erano riusciti a praticare, l'omologazione, il conformismo e la sudditanza che neppure i totalitarismi più feroci hanno mai raggiunto, la società dei consumi la sta ottendendo sfruttando le più infime pulsioni delle masse. E vendendo alle masse illusioni, come quella di non ammalarsi o addirittura non morire mai, cui neppure un contadino analfabeta degli anni '50 avrebbe creduto.

Se riflettiamo, le violenze sul corpo sono, da sempre, utilizzate per ottenere ciò che si vuole dalle vittime: le torture, la prigionia, le punizioni corporali hanno tutte l'obiettivo di piegare la volontà dell'uomo, di soggiogarlo, di costringerlo a fare ciò che altrimenti non farebbe mai.
Negare il diritto a scegliere consapevolmente sul proprio corpo equivale a smantellare anche tutti gli altri diritti.
In questo momento così cupo della storia dell'Occidente, dunque, è di massima importanza ribadire la sacralità del corpo e rivendicare il diritto alla libertà di scelta, alla proprietà sul proprio corpo. Quest'ultima non è qualcosa che si può cedere o barattare in cambio del lavoro o della vita sociale, poiché i diritti che riguardano queste cose diventano nulli laddove viene negato il primo diritto fondamentale. Dobbiamo resistere compatti, con grande forza e determinazione, contro la barbarie che sta dilagando nel nostro mondo. E dobbiamo farlo perché la battaglia per conservare la proprietà sul proprio corpo e la libertà di scelta sulla propria salute e sulla propria vita è una battaglia di civiltà.


MR

Statua di Achille nei giardini dell'Achilleon di Corfù, foto di Milena Rao.

 

venerdì 23 aprile 2021

Schiavi o uomini liberi: se la civiltà occidentale può essere brutalizzata impunemente

 Oggi ho deciso di scrivere qualcosa alla luce delle mie ultime riflessioni di questi mesi, riflessioni che hanno come tema centrale la civiltà. Da siciliana, da donna profondamente mediterranea, per me il concetto di civiltà non è mai stato qualcosa di astratto, ma al contrario, una prospettiva concreta, tangibile, di importanza tale che nulla può esservi anteposto.
Ma che cos'è una civiltà? Cosa la contraddistingue, e cosa, invece, la nega? Quale significato attribuiamo oggi a questa parola? Innanzitutto: se esistono civiltà diverse, che cosa caratterizza essenzialmente la nostra, quella mediterranea e, in un'ottica più ampia, quella occidentale, che ieri riguardava essenzialmente l'Europa mentre oggi coinvolge anche gli imperi d'oltreoceano.

L'eclissi della coscienza collettiva, per usare un concetto junghiano, cui abbiamo assistito durante i feroci totalitarismi del '900, cui stiamo assistendo da oltre un anno in uno scenario di isteria collettiva, negazione dei diritti umani e delle libertà individuali e pericolose derive autoritarie da parte dei governi e delle istituzioni, facilmente ci può indurre a credere che la civiltà non sia altro che una sottile, fragile superficie di ghiaccio che sin troppo rapidamente va in frantumi sotto i colpi della paura, delle violenze, della decadenza dei costumi, sotto la quale regna un enorme abisso di nere acque e mostri tentacolati, un autentico Kaos che si contrappone a Kosmos, l'Ordine, pronto a scatenarsi con le sue onde divoratrici, i suoi predatori, la sua oscurità dilaniante, non appena viene liberato da quell'esile strato superficiale che lo nasconde sotto una parvenza di assopita staticità.
Impossibile biasimare chi, osservando la brutalizzazione della civiltà, smette di credere nella medesima, o più semplicemente la identifica con l'allegoria che ho descritto sopra.
In tempi recenti abbiamo assistito agli squarci che pericolosamente sono stati creati in quello che io chiamo "il velo" della civiltà. Un esempio è accaduto nel 2011, durante la guerra in Libia e la cattura e uccisione del colonnello Muammar Gheddafi. Il suo cadavere martoriato, il suo stesso linciaggio, sono stati presentati ai paesi occidentali come una vittoria della democrazia sulla dittatura. In molti, a quel tempo, hanno accolto con ingenuo entusiasmo la notizia. Questo è potuto accadere perché i principali mezzi di comunicazione ed informazione hanno per mesi dipinto con toni esasperati (e non di rado menzogneri) la situazione della Libia e la figura stessa del colonnello Gheddafi. Nell'immaginario collettivo egli è divenuto "il cattivo", il tiranno, il mostro da sconfiggere per riportare la pace e ristabilire l'ordine (purtroppo oggi sappiamo che a fine guerra, in Libia, è accaduto tutto l'opposto). Così quando alle masse è stato presentato l'atto brutale - prima il bombardamento della Libia, poi la feroce uccisione del suo leader - non si è levato quello sdegno collettivo che dovrebbe contraddistinguere il mondo civilizzato e nella fattispecie il mondo occidentale civilizzato.
Più recentemente, è accaduto l'opposto con il caso statunitense di George Floyd. Benché quest'ultimo fosse un pregiudicato, e verosimilmente la questione razziale sdoganata dal movimento BLM anche in maniera violenta e non di rado con atti vandalici ed azioni criminali, nulla avesse a che fare con quanto successo, abbiamo assistito alla mobilitazione di ingenti masse di persone e di alcune parti politiche indignate per la morte di Floyd, che hanno empatizzato con lui e non ultimo espresso la loro solidarietà con gesti esagerati ed alquanto discutibili. E questo è accaduto perché al contrario di Gheddafi, cui sono stati attribuiti i peggiori crimini veri o presunti, Floyd è stato presentato dagli stessi canali di informazione unicamente come una vittima. Nello scenario dipinto dai mass media e dal loro mainstream, possibilmente forgiato da quello che oggi chiamano "Deep State", il problema del suprematismo bianco sembra riguardare solo i Neri che vivono negli USA, ma, sempre secondo questo schema di pensiero (unico), non ha attinenza conle vittime della guerra in Libia, una guerra presumibilmente innescata dall'Occidente - bianco ed imperialista - per motivi di egemonia economica e geopolitica.
Ho citato questi esempi solo per mostrare quanto le masse siano facilmente manipolabili; oggi, grazie alle più potenti tecnologie che consentono la diffusione di notizie h24 in ogni parte del mondo e di una determinata narrazione delle medesime, vera o fallace che sia, ancor più di ieri, ai tempi della propaganda nazi-fascista o comunista. 

Una presa di coscienza di questa potente manipolazione e strumentalizzazione dei contenuti dovrebbe immediatamente riportarci alle problematiche attuali: perché una volta ancora il velo che separa la civiltà dalla barbarie è stato fatto a brandelli, e le masse stanno sostenendo tutto ciò, in maniera attiva oppure con un tacito consenso. Nell'ultimo anno, guardando solo al nostro paese, abbiamo assistito a fenomeni raccapriccianti, lesivi della dignità umana, irrispettosi della civiltà; ma la cosa che più mi spaventa è l'indifferenza con cui la collettività vi ha assistito. Il TSO praticato senza alcuna valida ragione su un ragazzo inerme, le vessazioni contro chiunque praticasse un sano dissenso contro i provvedimenti adottati per il contenimento dell'epidemia di covid19, gli atti di violenza verbale o fisica su chi non osservasse le nuove regole alla lettera, i decreti liberticidi del governo in sfregio alla democrazia ed alla nostra stessa Costituzione, la stessa che - per coloro che si ostinassero ad ignorarla - sancisce l'insieme dei nostri diritti e doveri, a tutela della libertà e della vita di ognuno di noi. Non solo; si profila in questo cupo orizzonte una ulteriore violazione dei diritti umani, quella stabilita dalle leggi di Norimberga.
Cito volutamente Norimberga o meglio, il processo di Norimberga, perché esso si configura come uno dei più importanti eventi storici che concernono il mondo occidentale. Non solo, infatti, a Norimberga furono processati e puniti in modo esemplare coloro che avevano brutalizzato la civiltà, ma dal processo scaturì un codice che tutti i paesi democratici sono tenuti a rispettare. Fu un grande passo per la salvaguardia dei diritti umani, della pace tra i popoli e della civiltà occidentale. Quella civiltà che oggi, in barba a tutti i processi, la follia dei governi e delle masse soggiogate con la paura ed il terrorismo psicologico, rischia di essere irrimediabilmente distrutta.
Questo mi riporta alla domanda iniziale, ovvero che cosa è la civiltà.
Potrei concordare che essa è null'altro che un velo, una labile illusione pronta ad infrangersi non appena si scontra con la violenza della realtà. Realtà che è fatta di masse di persone manipolate attraverso emozioni ataviche come la paura di ammalarsi o morire. Ma non è ciò che credo. La mia formazione psico-antropologica e i miei studi indipendenti di mitologia comparata certamente influenzano il mio pensiero, che alcuni troveranno forse, scioccamente idealista. Eppure sono fermamente convinta che la civiltà sia molto di più.
Lungi dall'essere qualcosa di sottile, di meramente superficiale, la nostra civiltà è un albero possente che affonda le radici nel tempo millenario, negli archetipi e nei Numi che lo hanno dominato, nelle leggi, nelle rivoluzioni, nelle avanguardie storiche; negli ideali per i quali i nostri avi si sono strenuamente battuti, giungendo in molti casi a sacrificare la propria vita. Vita che alla luce di ciò, ha valore non come mera sopravvivenza biologica, ma come insieme di azioni e valori che la contraddistinguono, dunque come vita attiva, dedizione, passione, coraggio, onore, creazione del bello, tutela della dignità e della libertà contro ogni forma di tirannia.
Ad oggi, penso che l'umanità sia sempre stata divisa tra i molti, gli schiavi, e i pochi uomini liberi. Gli schiavi sono coloro che si inginocchiano sempre ed incondizionatamente dinnanzi al potere, finanche laddove esso è corrotto e criminale. Nella loro adesione al pensiero dominante essi vedono il riscatto della propria nullità morale ed intellettuale; abbracciando "i forti", da deboli si sentono forti anch'essi, e traggono un senso di superiorità e di protezione da questo atto di genuflessione e sottomissione. Gli schiavi si lasciano manipolare. Permettono al potere di speculare sulle loro paure: la paura del diverso o dell'ignoto, la paura della malattia, la paura della morte. Così essi sono disposti a rinunciare alla libertà per timore di morire. E' sufficiente sbandierare loro anche il solo spettro della morte, per averli in catene.
Gli uomini liberi sono al contrario degli eretici d'animo. Possiedono dei valori propri, che quasi mai combaciano con quelli imposti dal potere, ed un proprio pensiero, indipendente da quello che domina nelle masse. Consci del proprio valore, non sentono il bisogno di affiliarsi al potere, e se quest'ultimo è malvagio, si sentono in dovere di combatterlo con ogni mezzo. Hanno, come tutti, paura delle potenziali minacce, della malattia, della sofferenza o della morte, ma la differenza è che non permettono alle proprie paure di dominarli, perciò non sono così facilmente manipolabili. Antepongono i propri valori ed ideali a quelli affermati dal potere e diffusi nella collettività, e per questi valori sono disposti a battersi. Contrariamente agli schiavi, gli uomini liberi sono disposti a morire per difendere la libertà propria e altrui.

Mi sento di concludere dicendo che sono gli uomini liberi a costruire la civiltà. Essi ne sono gli architetti. In sintesi, potremmo affermare che la civiltà è un ordine che si contrappone a quel caos che, di volta in volta, cerca di distruggerla, dapprima intaccandone le fondamenta, per poi procedere, un gradino dopo l'altro, a demolirla interamente. Diversamente dall'epoca dei regimi totalitari, oggi il potere di una ristretta oligarchia globalizzata vanta una rete talmente intricata e complessa da rendersi quasi inattaccabile: se questo potere trionferà, stavolta, la civiltà sarà sconfitta in maniera definitiva.
Tutto ciò che chiedo in difesa di questa civiltà è di scegliere se in questo feroce "Gioco dei Troni" si vuole essere schiavi o uomini liberi.
Per quel che mi riguarda, ho già scelto da molto tempo.

Grazie.

 

 MR

 


 

 

 

giovedì 21 gennaio 2021

Perché è ancora importante leggere 1984 di Orwell

Premetto che questa non è una recensione al romanzo di George Orwell "1984", pubblicato nel 1949, nè di altre opere di genere distopico come "Brave New World" di Aldous Huxley (1932), malamente tradotto in italiano "Il mondo nuovo" mentre il titolo letteralmente significa "Prode Nuovo Mondo": il medesimo di uno degli album della celebre band heavy metal, gli Iron Maiden, che all'opera di Huxley hanno ispirato l'omonimo brano; o ancora V for Vendetta, fumetto scritto da Alan Moore sul quale è basata l'omonima, famosa pellicola interpretata da Hugo Weaving e Natalie Portman. Se queste opere hanno in comune l'ambientazione in un futuro distopico e dominato da regimi totalitari, l'opera di Orwell e forse ancor di più quella di Huxley fanno di questi autori dei veri e propri "Vati", ossia poeti/profeti, dal momento che parte della realtà descritta nei loro romanzi proto-fantascientifici, ambientati in un futuro immaginario, si è avverata, concretizzandosi nel nostro presente; un'altra parte di quella realtà, invece, sembra profilarsi minacciosamente all'orizzonte della civiltà, andando in tal modo a configurare il nostro futuro.
Futuro, presente, passato: queste opere sembrano creare un invisibile filo che collega e fonde insieme le diverse dimensioni temporali (percepite tali solo dalla nostra limitatezza umana, dato che Cronos, il Tempo, in realtà è uno solo). Tale filo è rappresentato dai contenuti, dagli argomenti, dalle tematiche anche molto sensibili che vengono narrate. E che oggi più che mai mi appaiono straordinariamente, terribilmente attuali.

Se Brave New World ci mostra un mondo in cui ogni emozione, sentimento, individualità sono sacrificati in nome della produzione e di un finto benessere materiale, tratto che sempre più sembra contraddistinguere la società post-moderna iper-tecnologica, ultra-industrializzata e turbo-capitalista, 1984 si spinge ancora più oltre nella sua visione distopica, terrificante, capace di trascinarti in un incubo ad occhi aperti: dipinge infatti un mondo dove il benessere materiale è riservato ad una stretta oligarchia, mentre la maggior parte del mondo vive nel degrado e nello squallore. "The Big Brother" (la cui corretta traduzione sarebbe "Il Fratello Maggiore" anziché "Il Grande Fratello"; inquietante che sia stato dato questo nome ad un orrido reality show che vorrebbe essere un programma d'intrattenimento), che con ogni probabilità non esiste, è a capo di un continente in cui la guerra viene strumentalizzata e la verità costantemente occultata per essere rimpiazzata dalle bugie fabbricate dal Ministero della Verità. Alla gente è imposto di credere, di non porsi alcun dubbio, di essere totalmente devoti all'autorità; pena la morte, la "vaporizzazione", o peggio ancora una sorta di lobotomia psichica attuata attraverso le più truci torture fisiche e psicologiche.
Ma ciò che rende, a mio avviso, la distopia orwelliana sinistramente assimilabile alla nostra realtà, è proprio il fatto che si tratta di una società in cui il dissenso non viene represso, come nei vecchi totalitarismi, a suon di purghe, campi di concentramento ed esecuzioni capitali, né come accade nei totalitarismi odierni, attraverso la carcerazione, la violenza delle forze dell'ordine e la pena di morte; semplicemente, le maggiori autorità fanno in modo, attraverso tutta una serie di canali di controllo, censura, distorsione della realtà, che il dissenso non esista. Che esso non si venga neppure a creare. Ciò si ottiene tramite la paura, ma soprattutto attraverso la manipolazione del passato - alterando completamente i fatti storici - e del presente, ricorrendo al "bipensiero", un qualcosa di insano e contraddittorio che rasenta l'assurdo da una parte, dall'altra più che un bipolarismo psichiatrico appare come un'evoluzione dell'ipocrisia borghese funzionale all'autorità. Il futuro, in tal modo, viene percepito come qualcosa di immutabile, e se opere come V for Vendetta, almeno nel finale, lasciano spazio ad un vittorioso sentimentalismo, ad una sorta di lieto fine in cui la libertà trionfa sulla dittatura, la giustizia sull'ingiustizia, la verità sulla menzogna, in 1984 non si apre alcuno spiraglio di speranza. Attraverso i suoi fautori la dittatura ha divorato famelicamente ogni cosa, perpetra se stessa, appare invincibile. Sembra quasi un invito ad essere cauti, a fare molta attenzione a ciò che accade, a non permettere che si arrivi a quel punto di non ritorno in cui l'umano in quanto tale è perduto irrimediabilmente.

E qui veniamo al punto che ho già citato nel titolo, ossia l'importanza di leggere Orwell ora come allora; oggi, che per onorare il settantunesimo anniversario della sua morte, scrivo il primo articolo del nuovo anno sul mio blog ufficiale. Perché la nostra civiltà è repentinamente degenerata e con la scusa della pandemia, sta inesorabilmente scivolando verso il baratro. La narrazione fallace di quelli che si autodefiniscono "i professionisti dell'informazione" ricorda in modo inquietante l'orwelliano Ministero della Verità, con la sua capacità di stravolgere i fatti, alterando la verità, mescolandola od occultandola con le menzogne, strumentalizzando i contenuti, facendo leva sulla paura, per condizionare psicologicamente e in maniera profonda la collettività. Possiamo renderci conto di questo se andiamo ad osservare - finché ci sarà ancora possibile farlo - i fatti all'origine, se confrontiamo le diverse fonti, se sviluppiamo un sano istinto dinnanzi a qualsivoglia narrazione, invece di trangugiare tutto come se avessimo un imbuto al posto dei sensi e del cervello stesso. L'intuito, la lungimiranza, il lume dell'intelletto e la capacità di sentire: in queste cose sta la vera emancipazione di ogni essere umano, il reale affrancamento dal potere, la possibilità di essere liberi anziché schiavi.
Il mainstream punta ad annichilire il dissenso non solo attraverso un'informazione ripetitiva e fuorviante, che può essere facilmente liquidata dall'esperienza del reale, ma anche attraverso una forma di violenza morale, la quale ricorre ad appellativi totalmente decontestualizzati e spesso completamente fuori luogo rispetto alla persona o all'idea cui fanno riferimento: analfabeta funzionale, fascista, razzista, transofobo, islamofobo o fobico di qualunque altra cosa, negazionista, complottista. Sono solo alcuni esempi di come quello che dovrebbe essere dibattito, sia pure acceso, si è ridotto ad un continuo tentativo di zittire chi dissente attraverso le parole di questa "neolingua" - sempre di orwelliana memoria - spogliata ormai di ogni sana dialettica, di ogni arte oratoria, e intenta a ripetere pappagallescamente idee e patetici epiteti spogli di qualunque argomentazione, oltre che di oggettività e buonsenso. Questa drastica riduzione del potenziale linguistico si inserisce nello stesso contesto della furia iconoclasta di svariati gruppi estremisti che hanno preso piede negli ultimi anni, nonché della violenta negazione di una cultura pluralista. Con una cultura che non è più tale, in quanto cooptata come da sempre negli ambiti accademici e dell'informazione, con un linguaggio impoverito e ripetitivo, ed una sistematica distruzione delle immagini archetipiche che sono i pilastri della nostra civiltà, diventa facile controllare le masse, dopo averle sapientemente asservite attraverso un certo tipo di lavoro e stile di vita alienante e la dipendenza da beni materiali di cui in realtà si ha poco o nessun bisogno.
Il bipensiero è quello che osserviamo ogni giorno quando fenomeni simili vengono interpretati e trattati, a seconda dell'appartenenza politica o ideologica, come fatti che non hanno alcuna attinenza tra loro: due pesi e due misure, ma forse anche di più. E come il "Ministero dell'Amore" in 1984 pratica la tortura ed ogni sorta di abominio, oggi, non di rado, i primi divulgatori e militandi di odio e cattiveria sono i medesimi che fingono di battersi contro l'odio. Quelli che parlano moralisticamente di responsabilità disconocono la più importante forma di responsabilità, ovvero quella individuale; quelli che accusano di razzismo sono razzisti verso il proprio popolo. Così come quelli che strillano al fascismo di fronte ad ogni idea o azione da loro non approvata, vorrebbero abolire i diritti e le libertà di chiunque sia in disaccordo con loro. Ogni offesa, ogni insulto, è utile a sopprimere il dialogo e la realtà dei fatti, nonché a celare quella totale mancanza di argomenti (e, diciamolo pure, di cultura e conoscenza delle cose) che sta purtroppo alla base di molte attuali teorie.

Ma tutto questo non basta a far sì che tutti quanti si prostrino di fronte al "Prode Nuovo Mondo", alla nuova normalità, al moralismo borghese imposto con il ricatto - morale anch'esso. No, perché l'essere umano in quanto tale è una creatura emotiva, fatta di sentimenti, di sensazioni, di passioni. Orwell lo aveva capito bene, e infatti nel suo romanzo il regime totalitario se la prende con l'amore: le persone non devono amare, e non devono amarsi tra loro. Per impedire ciò si interviene con le peggiori sevizie psico-fisiche, finché quell'amore, insieme allo "spirito dell'uomo", non viene del tutto annichilito. A quel punto l'individuo è finalmente in ginocchio, non conta più nulla, non è nessuno. Può devolvere quel sentimento unicamente verso l'autorità, contribuendo a renderla, di fatto, onnipotente e indistruttibile.
L'amore non è una debolezza. "L'amore è forte come la morte", recita il Cantico dei Cantici. L'amore è forza. E' un potere che si contrappone ad ogni altra forma di potere. Ecco perché è così pericoloso. Se ami, sei spinto da energie che è difficile arrestare, vieni meno a quelli che sono i doveri imposti. Tradisci la convenienza, l'opportunismo, l'obbligo sociale e superi persino la paura, se ami davvero qualcuno o qualcosa. Perciò la lotta di qualunque sistema che vuole schiavizzare, asservire gli individui nel profondo, farli inginocchiare di fronte a un falso idolo - non importa se si tratta di un vitello d'oro o di un movimento politico-ideologico esploso strumentalizzando la morte di un criminale pregiudicato - deve essere anche e soprattutto una lotta contro l'amore, e in una prospettiva più ampia, contro le emozioni, i sentimenti, contro tutto ciò che ci rende davvero umani e non androidi telepilotati in un ciclo di produzione e consumismo, inframezzato da una demenza cognitiva tale da perdere ogni capacità di giudizio autonomo e/o spinta al dubbio ed allo spirito critico. Questo tipo di sistema spingerà con ogni mezzo a disposizione verso il transumanesimo. Quindi lo smantellamento di tutto ciò che è tipicamente animale, mammifero, umano: il branco o famiglia, la distinzione tra i generi, il radicamento alla terra e cultura originarie, la connessione simbiotica con l'habitat naturale (trasformato in oggetto da sfruttare fino in fondo senza scrupolo alcuno, o da tutelare solo in vista di un profitto), la connessione profonda con la propria stessa natura.

In tempi così oscuri ci si domanda cosa si può fare per opporre una qualche resistenza. Vi sono molte cose, piccole e grandi, che si possono fare, ma forse la prima e più importante è ricordare che la libertà, la verità, i diritti conquistati, la giustizia, la possibilità di scegliere e di pensare autonomamente, non sono concetti astratti; sono prospettive concrete. E se anche il monopensiero con le sue stupide etichette dovessero giungere a sostituire ogni forma di reale dialogo, la Bellezza, i Sentimenti, l'Amore, non perderanno mai il loro potere. E potremo sempre ricorrere ad essi come ad armi per contrastare l'abbruttimento generale, l'umiliazione della dignità e la piega pericolosa che sta prendendo la nostra società, con l'attuale deriva anti-democratica ed il terrorismo psicologico sempre in atto, il grottesco tentativo di omologazione che è prerogativa di tutti i peggiori regimi totalitari, quelli di ieri, quelli di oggi, quelli narrati da perle della letteratura che non dobbiamo mai smettere di leggere. 

MR


 

Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

mercoledì 5 settembre 2018

Il mito del diverso e la falsa tolleranza

Quando si parla della paura del diverso si sentono inevitabilmente un'infinità di luoghi comuni, sciocchezze e banalità. Essa viene ormai accostata al concetto abusato di xenofobia, che designa invece la paura dello straniero e che nell'antichità era certamente legittima, dal momento che lo straniero era spesso il saccheggiatore, il razziatore o l'invasore, il conquistatore che veniva per imporre i suoi usi e costumi e le sue leggi su quelli del popolo autoctono. La paura del diverso viene anche, erroneamente, associata al razzismo, ovvero alla teoria della superiorità o inferiorità delle varie etnie.
Ma cosa si intende, esattamente, per "diverso"? Chi sono i diversi?
Quando pensiamo alle persecuzioni e stragi messe in atto da un gruppo di persone contro altre, non possiamo evitare di ricordare le leggi razziali dell'apartheid in Sudafrica, le discriminazioni contro i neri negli Stati Uniti, l'olocausto degli Ebrei ad opera dei nazisti. Questi sono gli esempi più vicini a noi occidentali ed in relazione al nostro tempo, ma ampliando il nostro orizzonte ad altri popoli e culture, possiamo facilmente accorgerci che i massacri da parte di un popolo o di un gruppo etnico contro un altro si perpetrano trasversalmente, tanto nelle epoche passate, quanto nel nostro presente, attraversando varie culture ed aree geografiche. Il Tibet schiacciato dall'imperialismo cinese, gli indigeni dell'Amazzonia che scompaiono mentre i ricchi industriali transnazionali determinano la distruzione delle loro terre, la resistenza curda in Turchia. Se includiamo anche i conflitti e le persecuzioni di origine religiosa, la mappa degli spargimenti di sangue e delle repressioni si amplia: cristiani coopti uccisi dai fondamentalisti dell'ISIS, i quali non si risparmiano di devastare monumenti e siti archeologici edificati da tempo immemore in onore degli antichi dèi del Medio Oriente, e se andiamo indietro nella storia, ricorderemo il genocidio dei Catari ad opera della Chiesa, le torture e i roghi voluti dall'Inquisizione contro gli eretici e le donne bollate come streghe. Se consideriamo attentamente le dinamiche di tutti questi crimini, possiamo tuttavia comprendere che alla base non c'è la paura di un diverso, ma che, tutt'al più, tale paura viene fomentata e strumentalizzata per legittimare il crimine; crimine che in vero ha un unico scopo: l'oppressione di una parte della popolazione in favore del dominio, dell'arricchimento e dell'ascesa al potere di un'altra. Nella lotta per il potere, la paura dell'altro, la religione e l'etnia non sono il movente, bensì l'alibi. A questo alibi credono forse i più ingenui, abboccano gli stolti, i malvagi lo rivendicano e in tal modo fanno dell'atto criminale contro l'altro una condizione necessaria. Eppure appare evidente che la ragione di ogni strage, oggi come ieri, qui come altrove, è solo l'instaurazione della supremazia dell'uomo sull'uomo e la difesa della medesima. A tal fine viene di volta in volta fabbricata una struttura ideologica che si fonda sul pregiudizio etnico e religioso ("i neri sono meno intelligenti dei bianchi", "gli Ebrei sono per natura usurai", ecc.), che ha lo scopo di soppiantare la verità dei fatti. E la verità è l'intento di dominio e sfruttamento.
L'uomo è un animale che crea debolezza allo scopo di sfruttare e dominare: così ha privato la donna delle armi, dell'addestramento militare e della cultura, da un certo punto della storia in avanti l'ha estromessa anche dalle cariche religiose; l'ha resa sempre più debole per poterla sottomettere, usare e comandare. L'uomo castra il toro per farne una bestia da soma, castra lo stallone per montarlo più facilmente. Sempre e ovunque, genera debolezza per creare sottomissione e la possibilità di sfruttare al meglio le risorse naturali e umane: così costruisce dighe, scava fossati, devia il corso del fiume. L'uomo bianco ha schiavizzato l'uomo nero per sfruttarne la forza fisica, il nazista ha oppresso l'ebreo per potersi appropriare delle ricchezze che costui si era costruito con l'ingegno ed il lavoro, l'europeo ha massacrato i Nativi delle Americhe per occupare le loro terre.
Tutto ciò, ad ogni modo, non ha nulla a che vedere con la paura del diverso. Semplicemente perché il diverso non è qualcuno che si può sfruttare o comandare. 
Diverso è qualcuno che si distingue da tutti gli altri. E si distingue precisamente all'interno del contesto sociale, culturale e religioso al quale appartiene. Cercherò di spiegarlo in parole semplici: si può essere diversi solo in relazione al proprio contesto storico-sociale e culturale, altrimenti si è solo stranieri. Straniero è chi si trova in un paese, in un habitat socio-culturale che non gli appartiene. Gli stranieri possono apparire diversi nella società che li ospita, ma in quella dalla quale hanno origine possono essere perfettamente omologati.
Diversi non sono nemmeno gli omosessuali; essi al contrario possono essere persone assolutamente ossequiose di tutta una serie di convenzioni: se partecipano al gay pride, vestono Benetton e arredano il loro nido d'amore da Ikea, per il sistema vanno benissimo. Diverso sarebbe un omosessuale come Pasolini, ad esempio, la cui critica era volta a smantellare sistematicamente le ipocrisie del sistema.
Anche gli stranieri, neri o mussulmani, sono ben accetti dal sistema, purché esso si possa in qualche modo servire di loro attraverso lo sfruttamento da parte delle mafie, come mano d'opera a basso costo, oppure come semplici consumatori.
Ma allora chi sono i diversi temuti dal sistema, emarginati dalla società, isolati dal mainstream?

Oggi il mito del diverso è interamente proiettato sulla figura dell'immigrato, del musulmano, dell'omosessuale o dello zingaro. Parlo di mito perché quello del diverso è realmente un archetipo essenziale della società umana: tale società può perseguitare i diversi oppure osannarli, ma in ogni caso, nell'inconscio collettivo è sempre viva la consapevolezza che è solo dai diversi che può venire il meglio della nostra specie. Ne troviamo la certezza quando osserviamo un dipinto di Van Gogh, quando leggiamo una poesia di Baudelaire, quando ascoltiamo una canzone di Michael Jackson. Sappiamo che in qualunque campo, perché l'ecellenza si possa realizzare, occorre un diverso, una creatura che cammina a qualche metro da terra e pensa tra le nuvole, qualcuno realmente posseduto da un genio o daimon in grado di ispirarlo fino ai massimi livelli di qualunque arte o scienza. Come ben sappiamo, nessuna eccellenza è priva di effetti collaterali. Dove il sole è più forte, l'ombra è più scura, e così ogni maestro di meraviglie porta con sé un lato oscuro e a volte distruttivo, una follia, una cupa depressione, l'autolesionismo, una sessualità depravata, l'orrore visionario dal quale scaturiscono altre visioni, la disperazione, la buia notte che partorisce stelle luminose che sono frammenti del mondo interiore del genio. E' il caso di Nietzsche, di Virginia Wolf, di Robin Williams, ma potrei citarne un'infinità. Nei diversi, quasi sempre, quel daimon appartenente al regno delle anime si manifesta con grandi o piccoli effetti collaterali per la persona fisica.
Ma non è solo questo che instilla nella società la paura del diverso. Il diverso terrorizza perché porta scompiglio nella società omologata. Perché è un portatore di eccellenza dinnanzi al quale la mediocrità spicca tristemente o tragicamente. Il diverso o la diversa sussurrano all'orecchio degli uomini e delle donne ben addomesticati parole di ribellione: "non devi per forza vivere così", o "potresti fare tutto in un altro modo", o ancora "sono tutte menzogne e la verità è quest'altra qui". Il vero diverso non può essere mai completamente sottratto alla natura selvaggia e animica cui appartiene. Non può essere incasellato nella piccionaia di un modo d'essere prestabilito, etichettato con gli epiteti di cui la gente sembra tanto aver bisogno, non lo si può segregare otto ore al giorno nel grigiore di un ufficio. Sarà sempre, intimamente, un sovversivo. Un creatore di dissenso, un rivoltoso nello stile di vita.
E sebbene non v'é, né c'è mai stato, un vessillo che sventola in difesa dei suoi diritti, il vero diverso non potrà mai essere cambiato nella sua natura né "cooptato" all'omologazione, per tutta la durata del tempo in cui vivrà in questa dimensione.

Ecco perché, in sintesi, i diversi veramente tali non sono mai tollerati.
Così come il mito del diverso, anche la falsa tolleranza oggi converge interamente sui finti diversi, che sono le categorie sopracitate. Naturalmente io non ho nulla contro queste categorie di per se stesse. Esse sono solo un ricettacolo di proiezione inconscia della comunità. Prendiamo il caso degli stranieri, degli immigrati. Il sistema li adora perché arrecano profitto attraverso la mafia sfruttatrice e il lavoro a basso costo. I buonisti rivolgono loro una costante apologia acritica, in quanto vedono nell'immigrato solo qualcuno a cui mettere il panino in bocca; non lo considerano in quanto individuo, sia esso onesto lavoratore, giovane in cerca di futuro, opportunista o efferato criminale. E' tollerato in quanto sradicato dal suo essere umano e con una precisa identità storio-culturale, tradotto in effige, in bandiera da sventolare laddove si è creato un vuoto di valori spaventoso, sulla sua figura si riversa il desiderio inconscio nei confronti del diverso, quella sottile paura colma di eccitazione, sebbene come già detto, egli non è affatto un diverso se relazionato al suo status di provenienza. Siccome è visto alla stregua di animale bisognoso, nella coscienza collettiva dei suoi difensori viene alleggerito di qualunque responsabilità. Questa finta tolleranza esiste in virtù di una visione che lo considera sostanzialmente inferiore. Perché se domani lo straniero potesse raggiungere posizioni elevate, competere esattamente come un nostro connazionale e generare un contraddittorio, non susciterebbe più alcuna simpatia in quella parte di popolazione che finge ipocritamente di amare gli stranieri: ne è un esempio recente Tony Iwobi, leghista e primo senatore nero della nostra Repubblica.

Mentre il radical chic, dal suo attico metropolitano, pontifica sui diritti di immigrati clandestini, islamici e rom, dimentica un concetto fondamentale: ossia che parità di diritti significa parità di doveri. Nel frattempo, mentre il terrorista che si accanisce sulla gente inerme e vede le autorità del paese che lo ospita rispondere con gessetti colorati e vacue giustificazioni che si rifanno ad una sua presunta emarginazione sociale, mentre lo zingaro che massacra di botte un anziano per derubarlo in casa sua viene difeso dagli antirazzisti che sentenziano, dalle loro ville ben protette nei quartieri "bene" della città, che la legge sulla difesa personale è sbagliata perchè ci porterebbe ad un Far West, e mentre lo stupratore di branco si vede rifilare poco più di un manuale illustrato che spiega che lo stupro in Occidente è un reato, crimini e violenze aumentano esponenzialmente: i carnefici, infatti, interpretano il buonismo e la mancanza di reazioni adeguate degli occidentali come una debolezza, dunque un tacito invito ad arrogarsi diritti che non possiedono.
Ma ora che il mito del diverso è quasi interamente proiettato sugli islamici, sui rom, sui clandestini, o nel migliore dei casi sulla comunità LGBT, il danno è fatto. I paladini dei diritti umani, difendendo a spada tratta queste categorie senza mettere in mezzo nessun giudizio critico e neppure un po' di buonsenso, potranno riscattarsi dalla loro cattiveria, dal bullismo subdolo di cui i borghesi sono veri esperti, dal profondo, radicato razzismo e dalla volontà di discriminazione che essi nutrono nei confronti dei veri diversi: cioè di quella minoranza di persone appartenenti alla loro stessa comunità ma che non la pensa come loro, che si dissocia dalle loro bandiere e rigetta la loro propaganda, che rifiuta i valori della borghesia consumista, la finta libertà che è invece licenziosità, l'assenza di morale nei rapporti umani, ma soprattutto che persegue uno stile di vita differente da quello imposto dalla società dei consumi, del Capitale globalizzato e del neo-liberismo sfrenato. Attraverso la falsa tolleranza dei finti diversi, il borghese liberal-democratico può finalmente nascondere sotto una maschera di ipocrisia la sua vera e totale intolleranza nei confronti di chi diverso lo è davvero.
Ma anche con questa foglia di fico color arcobaleno, la coda di rettile spunta prepotentemente da sotto il travestimento da agnello; la lingua biforcuta e il dente avvelenato si scagliano con ferocia ogni qual volta il falso tollerante si trova a doversi confrontare con un vero diverso. 
Perché i diversi nella nostra società sono quelli che hanno ancora il coraggio di indignarsi di fronte all'ingiustizia, di stare a sentire le ragioni del cuore contro la spietata logica dell'interesse, di vivere l'intensità dei momenti con tutta la passione possibile anziché pianificare e progettare un futuro vantaggioso, che amano quando c'è tutto da perdere, che fanno le cose per amore invece che per convenienza, che se ne infischiano del politicamente corretto, pensano e votano come gli pare, che camminano a testa alta dove altri sanno solo strisciare e adulare, che si preoccupano dei sentimenti anziché dei complotti per raggiungere uno scopo. Sono quelli che non hanno bisogno di maschere, quelli che non guardano all'utilità, ma all'essenza delle cose.
I veri diversi, ieri come oggi, se ne stanno in disparte, spesso criticati, calunniati ed esclusi dai ruoli di prestigio e dal successo. 
E forse è giusto così: perché nella solitudine scopriamo davvero noi stessi e ciò che ha valore quando tutto il superfluo è andato perduto.


MR


Licenza Creative Commons
Il mito del diverso e la falsa tolleranza diMilena Rao è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://milenarao.blogspot.com/2018/09/il-mito-del-diverso-e-la-falsa.html.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso www.milenarao.blogspot.it.