mercoledì 10 novembre 2021

Libertà di scelta sul proprio corpo e le vere ragioni per cui la stanno violando

 La civiltà liberale e democratica in cui siamo cresciuti custodisce tra i suoi valori alcuni principi intoccabili; uno di questi è la libertà di scelta sul proprio corpo. Per questa libertà si sono battute le femministe storiche e tutti i movimenti per i diritti umani che hanno messo al centro della loro lotta il rispetto della persona umana, sancito anche dall'articolo 32, comma 2, della nostra Costituzione. Scegliere sul proprio corpo è il fondamento di ogni libertà senza il quale tutte le altre scelte perdono di significato. Potremmo altresì definire la libertà di scelta sul proprio corpo come la conditio sine qua non per tutte le altre libertà.
Dinnanzi a questa premessa, sorge spontanea una domanda: possono le autorità occidentali, sulla base di un'emergenza vera o presunta, violare, negare questa libertà, e con essa il diritto alla salute psico-fisica, il quale è possibile solo se coesistono il diritto alla corretta informazione sui trattamenti ricevuti ed alla conseguente possibilità di scegliere se e quali trattamenti ricevere? Per una persona di buonsenso, la risposta è una sola, e coerente con precedenti sentenze giuridiche emesse in Italia: nessuno può revocare, temporaneamente o per un tempo indeterminato, il diritto alla libertà di scegliere coscientemente sul proprio corpo.

Invece quello che abbiamo visto in questi ultimi mesi, è un abuso di Stato senza precedenti. E' iniziato con un piccolo sopruso, quello dell'imposizione delle mascherine, una volta accettato il quale, ecco pronto subito l'invasivo tampone oro-faringeo (a detta di medici di vasta esperienza come il Dott. Massimo Citro, assai meno affidabile dei tamponi salivari). E infine, il trattamento genico sperimentale meglio noto col nome di vaccino anti-covid. Obblighi che violano la dignità ma che vengono imposti alla popolazione con la scusa della necessità, del dovere civile, della tutela della salute propria e altrui.
Ma quali reali intenti ci sono dietro questi abusi sul corpo delle persone?
Ormai la mattanza di Stato causata dalle vaccinazioni di massa è innegabile e sotto gli occhi di chiunque voglia guardare con onestà. Persone con reazioni avverse più o meno gravi, giovani prima sanissimi e successivamente menomati da patologie spesso irreversibili, morti tra tutte le fasce d'età sottoposte ai vaccini. Eppure le autorità e le istituzioni si ostinano a perpetrare quelli che sono a tutti gli effetti dei crimini contro l'umanità.
La prima ragione di ciò è senza dubbio il business. Case farmaceutiche con legioni di azionisti, personale pagato 80 euro l'ora per vaccinare negli hub, un'industria farmaceutica e medico-chirurgica che si arricchirà grazie a moltissime persone che erano sane e ora sono diventate malati cronici.
Ma vi è anche un'altra, più subdola motivazione, che spinge verso questo comportamento sadico e criminale. Ed è legata, appunto, alla violazione della proprietà del corpo.

Quella del corpo è la prima ed indiscussa proprietà di ogni essere umano. Si può non possedere nulla, ma il corpo ci appartiene, sempre e comunque. Viceversa, si può essere anche molto ricchi, possedere imperi finanziari e grandi beni immobiliari, ma se non si ha la proprietà del proprio corpo, nei fatti non si ha nulla. Solo dalla libera scelta sul corpo dipende la possibilità di un autentico benessere. Tale scelta non è dunque sacrificabile per nessun altro, fossero pure tutti gli altri. A meno che non parta da una decisione consapevole ed autonoma.
E' intuibile come violata la proprietà del corpo, la violazione della proprietà privata, ad esempio, diventa un passo ulteriore e facilmente accettabile per quel bene collettivo di cui da sempre si riempiono la bocca i peggiori fautori dei regimi comunisti e non solo. La prima e più grave violazione, quella della proprietà del corpo, spalanca una finestra di Overton che, successivamente, diviene difficile richiudere.
Non solo.
Avere il controllo del corpo altrui è il modo per ottenere il controllo anche sulla mente senza particolari sforzi. Tutti noi sappiamo bene, per esempio, quanto avere controllo sul nostro corpo attraverso una buona alimentazione, l'attività sportiva, la meditazione o altre pratiche di rilassamento, ci offra un benessere non solo sul piano fisico, ma anche su quello psichico e spirituale. E' vero anche l'opposto. Perdere questo controllo ci causa sofferenza psico-fisica e limita le nostre facoltà intellettuali e spirituali.
Opprimere fisicamente una persona negandole di respirare liberamente la rende schiava: se anche la pratica più importante di tutte, cioè la respirazione, diventa difficoltosa, se essa viene soggetta a regolamentazioni, e se si riesce a convincere le persone che questo sia giusto per sé e per altri, le si può convincere di qualunque cosa. Anche il tampone invasivo è una violenza sul corpo, e insieme è umiliante. Non parliamo poi di un trattamento che intossica, causa febbre e dolori, fa star male nei casi più gravi con patologie invalidanti, e può arrivare anche a uccidere. E' chiara l'intenzione di chi vuole controllarci, di chi ci vuole imbrigliare e schiavizzare psicologicamente. Se ho il potere di farti soffrire, di causarti dolore, ho potere su tutta la tua persona. Il controllo psicologico passa per forza dal controllo fisico.

Pensiamo a come, per molti secoli, le donne sono state tenute in una condizione subordinata rispetto all'uomo (e in molti paesi vivono tuttora in penose condizioni di schiavitù). Il controllo della donna si è ottenuto escludendola dall'istruzione e quindi dalla vita culturale, dai ruoli di potere e dalla vita politica e, non ultimo, dall'addestramento marziale, perciò dalla vita militare. Molti storici e storiche per i diritti delle donne si sono interrogati sul perché le donne abbiano accettato tutto questo nel tempo. Dal mio punto di vista è possibile dare diverse risposte, ma tutte si riducono irrimediabilmente alla vera, essenziale risposta: il controllo del corpo delle donne.
Stupri legalizzati, continue gravidanze indesiderate, negazione del diritto a poterle interrompere o ad evitarle categoricamente. Le donne sono diventate fisicamente sempre più deboli, il loro corpo è stato trasformato nella vita e nell'arte, rendendolo pesante e statico. Questa deformazione del corpo ha causato anche una deformazione psicologica profonda. Sentendosi fisicamente deboli e appesantite, le donne nella storia raramente hanno cercato il riscatto, la rivolta, l'indipendenza. Al contrario, hanno accettato la leadership maschile e di essere proprietà di padri, fratelli, mariti, persino figli. Solo con grandi sforzi le donne sono riuscite a riconquistare la libertà e la proprietà dei loro corpi, una volta ottenuta la quale anche la salute e l'estetica femminili ne hanno guadagnato. Scattanti donne militari, magnifiche atlete, splendide sportive e aggraziate ballerine, donne che praticano scherma o equitazione, che imparano a combattere come gli uomini, che curano il loro corpo con tutti i trattamenti necessari e che si rimettono in forma dopo le gravidanze. Questo ha migliorato anche il benessere psichico delle donne ed incrementato le loro intelligenza e combattività.
A ribadire come una condizione di libertà mentale dipenda fortemente dalla libertà sul proprio corpo.

Oggi questo discorso si può estendere a tutta la popolazione. Vi è una malefica intenzione di schiavizzare totalmente le persone privandole della proprietà del loro corpo innanzitutto. Una volta ceduto il diritto più importante, la strada verso la perdita di tutti gli altri diritti è vertiginosamente in discesa. Una popolazione fisicamente indebolita o malata, o comunque sottoposta continuamente a trattamenti farmacologici intossicanti, che inibiscono le facoltà fisiche ma anche quelle neurologiche, e distruggono il sistema immunitario che è la prima grande meraviglia del nostro organismo, sarà una popolazione docile rispetto all'autorità, remissiva e facile da governare. Una volta convinte le persone che il loro corpo appartiene allo Stato, ad una vaga collettività o alla scienza stessa, si avranno popoli totalmente sottomessi. La coercizione che neppure i più truci regimi nazi-fascisti e comunisti erano riusciti a praticare, l'omologazione, il conformismo e la sudditanza che neppure i totalitarismi più feroci hanno mai raggiunto, la società dei consumi la sta ottendendo sfruttando le più infime pulsioni delle masse. E vendendo alle masse illusioni, come quella di non ammalarsi o addirittura non morire mai, cui neppure un contadino analfabeta degli anni '50 avrebbe creduto.

Se riflettiamo, le violenze sul corpo sono, da sempre, utilizzate per ottenere ciò che si vuole dalle vittime: le torture, la prigionia, le punizioni corporali hanno tutte l'obiettivo di piegare la volontà dell'uomo, di soggiogarlo, di costringerlo a fare ciò che altrimenti non farebbe mai.
Negare il diritto a scegliere consapevolmente sul proprio corpo equivale a smantellare anche tutti gli altri diritti.
In questo momento così cupo della storia dell'Occidente, dunque, è di massima importanza ribadire la sacralità del corpo e rivendicare il diritto alla libertà di scelta, alla proprietà sul proprio corpo. Quest'ultima non è qualcosa che si può cedere o barattare in cambio del lavoro o della vita sociale, poiché i diritti che riguardano queste cose diventano nulli laddove viene negato il primo diritto fondamentale. Dobbiamo resistere compatti, con grande forza e determinazione, contro la barbarie che sta dilagando nel nostro mondo. E dobbiamo farlo perché la battaglia per conservare la proprietà sul proprio corpo e la libertà di scelta sulla propria salute e sulla propria vita è una battaglia di civiltà.


MR

Statua di Achille nei giardini dell'Achilleon di Corfù, foto di Milena Rao.

 

venerdì 23 aprile 2021

Schiavi o uomini liberi: se la civiltà occidentale può essere brutalizzata impunemente

 Oggi ho deciso di scrivere qualcosa alla luce delle mie ultime riflessioni di questi mesi, riflessioni che hanno come tema centrale la civiltà. Da siciliana, da donna profondamente mediterranea, per me il concetto di civiltà non è mai stato qualcosa di astratto, ma al contrario, una prospettiva concreta, tangibile, di importanza tale che nulla può esservi anteposto.
Ma che cos'è una civiltà? Cosa la contraddistingue, e cosa, invece, la nega? Quale significato attribuiamo oggi a questa parola? Innanzitutto: se esistono civiltà diverse, che cosa caratterizza essenzialmente la nostra, quella mediterranea e, in un'ottica più ampia, quella occidentale, che ieri riguardava essenzialmente l'Europa mentre oggi coinvolge anche gli imperi d'oltreoceano.

L'eclissi della coscienza collettiva, per usare un concetto junghiano, cui abbiamo assistito durante i feroci totalitarismi del '900, cui stiamo assistendo da oltre un anno in uno scenario di isteria collettiva, negazione dei diritti umani e delle libertà individuali e pericolose derive autoritarie da parte dei governi e delle istituzioni, facilmente ci può indurre a credere che la civiltà non sia altro che una sottile, fragile superficie di ghiaccio che sin troppo rapidamente va in frantumi sotto i colpi della paura, delle violenze, della decadenza dei costumi, sotto la quale regna un enorme abisso di nere acque e mostri tentacolati, un autentico Kaos che si contrappone a Kosmos, l'Ordine, pronto a scatenarsi con le sue onde divoratrici, i suoi predatori, la sua oscurità dilaniante, non appena viene liberato da quell'esile strato superficiale che lo nasconde sotto una parvenza di assopita staticità.
Impossibile biasimare chi, osservando la brutalizzazione della civiltà, smette di credere nella medesima, o più semplicemente la identifica con l'allegoria che ho descritto sopra.
In tempi recenti abbiamo assistito agli squarci che pericolosamente sono stati creati in quello che io chiamo "il velo" della civiltà. Un esempio è accaduto nel 2011, durante la guerra in Libia e la cattura e uccisione del colonnello Muammar Gheddafi. Il suo cadavere martoriato, il suo stesso linciaggio, sono stati presentati ai paesi occidentali come una vittoria della democrazia sulla dittatura. In molti, a quel tempo, hanno accolto con ingenuo entusiasmo la notizia. Questo è potuto accadere perché i principali mezzi di comunicazione ed informazione hanno per mesi dipinto con toni esasperati (e non di rado menzogneri) la situazione della Libia e la figura stessa del colonnello Gheddafi. Nell'immaginario collettivo egli è divenuto "il cattivo", il tiranno, il mostro da sconfiggere per riportare la pace e ristabilire l'ordine (purtroppo oggi sappiamo che a fine guerra, in Libia, è accaduto tutto l'opposto). Così quando alle masse è stato presentato l'atto brutale - prima il bombardamento della Libia, poi la feroce uccisione del suo leader - non si è levato quello sdegno collettivo che dovrebbe contraddistinguere il mondo civilizzato e nella fattispecie il mondo occidentale civilizzato.
Più recentemente, è accaduto l'opposto con il caso statunitense di George Floyd. Benché quest'ultimo fosse un pregiudicato, e verosimilmente la questione razziale sdoganata dal movimento BLM anche in maniera violenta e non di rado con atti vandalici ed azioni criminali, nulla avesse a che fare con quanto successo, abbiamo assistito alla mobilitazione di ingenti masse di persone e di alcune parti politiche indignate per la morte di Floyd, che hanno empatizzato con lui e non ultimo espresso la loro solidarietà con gesti esagerati ed alquanto discutibili. E questo è accaduto perché al contrario di Gheddafi, cui sono stati attribuiti i peggiori crimini veri o presunti, Floyd è stato presentato dagli stessi canali di informazione unicamente come una vittima. Nello scenario dipinto dai mass media e dal loro mainstream, possibilmente forgiato da quello che oggi chiamano "Deep State", il problema del suprematismo bianco sembra riguardare solo i Neri che vivono negli USA, ma, sempre secondo questo schema di pensiero (unico), non ha attinenza conle vittime della guerra in Libia, una guerra presumibilmente innescata dall'Occidente - bianco ed imperialista - per motivi di egemonia economica e geopolitica.
Ho citato questi esempi solo per mostrare quanto le masse siano facilmente manipolabili; oggi, grazie alle più potenti tecnologie che consentono la diffusione di notizie h24 in ogni parte del mondo e di una determinata narrazione delle medesime, vera o fallace che sia, ancor più di ieri, ai tempi della propaganda nazi-fascista o comunista. 

Una presa di coscienza di questa potente manipolazione e strumentalizzazione dei contenuti dovrebbe immediatamente riportarci alle problematiche attuali: perché una volta ancora il velo che separa la civiltà dalla barbarie è stato fatto a brandelli, e le masse stanno sostenendo tutto ciò, in maniera attiva oppure con un tacito consenso. Nell'ultimo anno, guardando solo al nostro paese, abbiamo assistito a fenomeni raccapriccianti, lesivi della dignità umana, irrispettosi della civiltà; ma la cosa che più mi spaventa è l'indifferenza con cui la collettività vi ha assistito. Il TSO praticato senza alcuna valida ragione su un ragazzo inerme, le vessazioni contro chiunque praticasse un sano dissenso contro i provvedimenti adottati per il contenimento dell'epidemia di covid19, gli atti di violenza verbale o fisica su chi non osservasse le nuove regole alla lettera, i decreti liberticidi del governo in sfregio alla democrazia ed alla nostra stessa Costituzione, la stessa che - per coloro che si ostinassero ad ignorarla - sancisce l'insieme dei nostri diritti e doveri, a tutela della libertà e della vita di ognuno di noi. Non solo; si profila in questo cupo orizzonte una ulteriore violazione dei diritti umani, quella stabilita dalle leggi di Norimberga.
Cito volutamente Norimberga o meglio, il processo di Norimberga, perché esso si configura come uno dei più importanti eventi storici che concernono il mondo occidentale. Non solo, infatti, a Norimberga furono processati e puniti in modo esemplare coloro che avevano brutalizzato la civiltà, ma dal processo scaturì un codice che tutti i paesi democratici sono tenuti a rispettare. Fu un grande passo per la salvaguardia dei diritti umani, della pace tra i popoli e della civiltà occidentale. Quella civiltà che oggi, in barba a tutti i processi, la follia dei governi e delle masse soggiogate con la paura ed il terrorismo psicologico, rischia di essere irrimediabilmente distrutta.
Questo mi riporta alla domanda iniziale, ovvero che cosa è la civiltà.
Potrei concordare che essa è null'altro che un velo, una labile illusione pronta ad infrangersi non appena si scontra con la violenza della realtà. Realtà che è fatta di masse di persone manipolate attraverso emozioni ataviche come la paura di ammalarsi o morire. Ma non è ciò che credo. La mia formazione psico-antropologica e i miei studi indipendenti di mitologia comparata certamente influenzano il mio pensiero, che alcuni troveranno forse, scioccamente idealista. Eppure sono fermamente convinta che la civiltà sia molto di più.
Lungi dall'essere qualcosa di sottile, di meramente superficiale, la nostra civiltà è un albero possente che affonda le radici nel tempo millenario, negli archetipi e nei Numi che lo hanno dominato, nelle leggi, nelle rivoluzioni, nelle avanguardie storiche; negli ideali per i quali i nostri avi si sono strenuamente battuti, giungendo in molti casi a sacrificare la propria vita. Vita che alla luce di ciò, ha valore non come mera sopravvivenza biologica, ma come insieme di azioni e valori che la contraddistinguono, dunque come vita attiva, dedizione, passione, coraggio, onore, creazione del bello, tutela della dignità e della libertà contro ogni forma di tirannia.
Ad oggi, penso che l'umanità sia sempre stata divisa tra i molti, gli schiavi, e i pochi uomini liberi. Gli schiavi sono coloro che si inginocchiano sempre ed incondizionatamente dinnanzi al potere, finanche laddove esso è corrotto e criminale. Nella loro adesione al pensiero dominante essi vedono il riscatto della propria nullità morale ed intellettuale; abbracciando "i forti", da deboli si sentono forti anch'essi, e traggono un senso di superiorità e di protezione da questo atto di genuflessione e sottomissione. Gli schiavi si lasciano manipolare. Permettono al potere di speculare sulle loro paure: la paura del diverso o dell'ignoto, la paura della malattia, la paura della morte. Così essi sono disposti a rinunciare alla libertà per timore di morire. E' sufficiente sbandierare loro anche il solo spettro della morte, per averli in catene.
Gli uomini liberi sono al contrario degli eretici d'animo. Possiedono dei valori propri, che quasi mai combaciano con quelli imposti dal potere, ed un proprio pensiero, indipendente da quello che domina nelle masse. Consci del proprio valore, non sentono il bisogno di affiliarsi al potere, e se quest'ultimo è malvagio, si sentono in dovere di combatterlo con ogni mezzo. Hanno, come tutti, paura delle potenziali minacce, della malattia, della sofferenza o della morte, ma la differenza è che non permettono alle proprie paure di dominarli, perciò non sono così facilmente manipolabili. Antepongono i propri valori ed ideali a quelli affermati dal potere e diffusi nella collettività, e per questi valori sono disposti a battersi. Contrariamente agli schiavi, gli uomini liberi sono disposti a morire per difendere la libertà propria e altrui.

Mi sento di concludere dicendo che sono gli uomini liberi a costruire la civiltà. Essi ne sono gli architetti. In sintesi, potremmo affermare che la civiltà è un ordine che si contrappone a quel caos che, di volta in volta, cerca di distruggerla, dapprima intaccandone le fondamenta, per poi procedere, un gradino dopo l'altro, a demolirla interamente. Diversamente dall'epoca dei regimi totalitari, oggi il potere di una ristretta oligarchia globalizzata vanta una rete talmente intricata e complessa da rendersi quasi inattaccabile: se questo potere trionferà, stavolta, la civiltà sarà sconfitta in maniera definitiva.
Tutto ciò che chiedo in difesa di questa civiltà è di scegliere se in questo feroce "Gioco dei Troni" si vuole essere schiavi o uomini liberi.
Per quel che mi riguarda, ho già scelto da molto tempo.

Grazie.

 

 MR

 


 

 

 

giovedì 21 gennaio 2021

Perché è ancora importante leggere 1984 di Orwell

Premetto che questa non è una recensione al romanzo di George Orwell "1984", pubblicato nel 1949, nè di altre opere di genere distopico come "Brave New World" di Aldous Huxley (1932), malamente tradotto in italiano "Il mondo nuovo" mentre il titolo letteralmente significa "Prode Nuovo Mondo": il medesimo di uno degli album della celebre band heavy metal, gli Iron Maiden, che all'opera di Huxley hanno ispirato l'omonimo brano; o ancora V for Vendetta, fumetto scritto da Alan Moore sul quale è basata l'omonima, famosa pellicola interpretata da Hugo Weaving e Natalie Portman. Se queste opere hanno in comune l'ambientazione in un futuro distopico e dominato da regimi totalitari, l'opera di Orwell e forse ancor di più quella di Huxley fanno di questi autori dei veri e propri "Vati", ossia poeti/profeti, dal momento che parte della realtà descritta nei loro romanzi proto-fantascientifici, ambientati in un futuro immaginario, si è avverata, concretizzandosi nel nostro presente; un'altra parte di quella realtà, invece, sembra profilarsi minacciosamente all'orizzonte della civiltà, andando in tal modo a configurare il nostro futuro.
Futuro, presente, passato: queste opere sembrano creare un invisibile filo che collega e fonde insieme le diverse dimensioni temporali (percepite tali solo dalla nostra limitatezza umana, dato che Cronos, il Tempo, in realtà è uno solo). Tale filo è rappresentato dai contenuti, dagli argomenti, dalle tematiche anche molto sensibili che vengono narrate. E che oggi più che mai mi appaiono straordinariamente, terribilmente attuali.

Se Brave New World ci mostra un mondo in cui ogni emozione, sentimento, individualità sono sacrificati in nome della produzione e di un finto benessere materiale, tratto che sempre più sembra contraddistinguere la società post-moderna iper-tecnologica, ultra-industrializzata e turbo-capitalista, 1984 si spinge ancora più oltre nella sua visione distopica, terrificante, capace di trascinarti in un incubo ad occhi aperti: dipinge infatti un mondo dove il benessere materiale è riservato ad una stretta oligarchia, mentre la maggior parte del mondo vive nel degrado e nello squallore. "The Big Brother" (la cui corretta traduzione sarebbe "Il Fratello Maggiore" anziché "Il Grande Fratello"; inquietante che sia stato dato questo nome ad un orrido reality show che vorrebbe essere un programma d'intrattenimento), che con ogni probabilità non esiste, è a capo di un continente in cui la guerra viene strumentalizzata e la verità costantemente occultata per essere rimpiazzata dalle bugie fabbricate dal Ministero della Verità. Alla gente è imposto di credere, di non porsi alcun dubbio, di essere totalmente devoti all'autorità; pena la morte, la "vaporizzazione", o peggio ancora una sorta di lobotomia psichica attuata attraverso le più truci torture fisiche e psicologiche.
Ma ciò che rende, a mio avviso, la distopia orwelliana sinistramente assimilabile alla nostra realtà, è proprio il fatto che si tratta di una società in cui il dissenso non viene represso, come nei vecchi totalitarismi, a suon di purghe, campi di concentramento ed esecuzioni capitali, né come accade nei totalitarismi odierni, attraverso la carcerazione, la violenza delle forze dell'ordine e la pena di morte; semplicemente, le maggiori autorità fanno in modo, attraverso tutta una serie di canali di controllo, censura, distorsione della realtà, che il dissenso non esista. Che esso non si venga neppure a creare. Ciò si ottiene tramite la paura, ma soprattutto attraverso la manipolazione del passato - alterando completamente i fatti storici - e del presente, ricorrendo al "bipensiero", un qualcosa di insano e contraddittorio che rasenta l'assurdo da una parte, dall'altra più che un bipolarismo psichiatrico appare come un'evoluzione dell'ipocrisia borghese funzionale all'autorità. Il futuro, in tal modo, viene percepito come qualcosa di immutabile, e se opere come V for Vendetta, almeno nel finale, lasciano spazio ad un vittorioso sentimentalismo, ad una sorta di lieto fine in cui la libertà trionfa sulla dittatura, la giustizia sull'ingiustizia, la verità sulla menzogna, in 1984 non si apre alcuno spiraglio di speranza. Attraverso i suoi fautori la dittatura ha divorato famelicamente ogni cosa, perpetra se stessa, appare invincibile. Sembra quasi un invito ad essere cauti, a fare molta attenzione a ciò che accade, a non permettere che si arrivi a quel punto di non ritorno in cui l'umano in quanto tale è perduto irrimediabilmente.

E qui veniamo al punto che ho già citato nel titolo, ossia l'importanza di leggere Orwell ora come allora; oggi, che per onorare il settantunesimo anniversario della sua morte, scrivo il primo articolo del nuovo anno sul mio blog ufficiale. Perché la nostra civiltà è repentinamente degenerata e con la scusa della pandemia, sta inesorabilmente scivolando verso il baratro. La narrazione fallace di quelli che si autodefiniscono "i professionisti dell'informazione" ricorda in modo inquietante l'orwelliano Ministero della Verità, con la sua capacità di stravolgere i fatti, alterando la verità, mescolandola od occultandola con le menzogne, strumentalizzando i contenuti, facendo leva sulla paura, per condizionare psicologicamente e in maniera profonda la collettività. Possiamo renderci conto di questo se andiamo ad osservare - finché ci sarà ancora possibile farlo - i fatti all'origine, se confrontiamo le diverse fonti, se sviluppiamo un sano istinto dinnanzi a qualsivoglia narrazione, invece di trangugiare tutto come se avessimo un imbuto al posto dei sensi e del cervello stesso. L'intuito, la lungimiranza, il lume dell'intelletto e la capacità di sentire: in queste cose sta la vera emancipazione di ogni essere umano, il reale affrancamento dal potere, la possibilità di essere liberi anziché schiavi.
Il mainstream punta ad annichilire il dissenso non solo attraverso un'informazione ripetitiva e fuorviante, che può essere facilmente liquidata dall'esperienza del reale, ma anche attraverso una forma di violenza morale, la quale ricorre ad appellativi totalmente decontestualizzati e spesso completamente fuori luogo rispetto alla persona o all'idea cui fanno riferimento: analfabeta funzionale, fascista, razzista, transofobo, islamofobo o fobico di qualunque altra cosa, negazionista, complottista. Sono solo alcuni esempi di come quello che dovrebbe essere dibattito, sia pure acceso, si è ridotto ad un continuo tentativo di zittire chi dissente attraverso le parole di questa "neolingua" - sempre di orwelliana memoria - spogliata ormai di ogni sana dialettica, di ogni arte oratoria, e intenta a ripetere pappagallescamente idee e patetici epiteti spogli di qualunque argomentazione, oltre che di oggettività e buonsenso. Questa drastica riduzione del potenziale linguistico si inserisce nello stesso contesto della furia iconoclasta di svariati gruppi estremisti che hanno preso piede negli ultimi anni, nonché della violenta negazione di una cultura pluralista. Con una cultura che non è più tale, in quanto cooptata come da sempre negli ambiti accademici e dell'informazione, con un linguaggio impoverito e ripetitivo, ed una sistematica distruzione delle immagini archetipiche che sono i pilastri della nostra civiltà, diventa facile controllare le masse, dopo averle sapientemente asservite attraverso un certo tipo di lavoro e stile di vita alienante e la dipendenza da beni materiali di cui in realtà si ha poco o nessun bisogno.
Il bipensiero è quello che osserviamo ogni giorno quando fenomeni simili vengono interpretati e trattati, a seconda dell'appartenenza politica o ideologica, come fatti che non hanno alcuna attinenza tra loro: due pesi e due misure, ma forse anche di più. E come il "Ministero dell'Amore" in 1984 pratica la tortura ed ogni sorta di abominio, oggi, non di rado, i primi divulgatori e militandi di odio e cattiveria sono i medesimi che fingono di battersi contro l'odio. Quelli che parlano moralisticamente di responsabilità disconocono la più importante forma di responsabilità, ovvero quella individuale; quelli che accusano di razzismo sono razzisti verso il proprio popolo. Così come quelli che strillano al fascismo di fronte ad ogni idea o azione da loro non approvata, vorrebbero abolire i diritti e le libertà di chiunque sia in disaccordo con loro. Ogni offesa, ogni insulto, è utile a sopprimere il dialogo e la realtà dei fatti, nonché a celare quella totale mancanza di argomenti (e, diciamolo pure, di cultura e conoscenza delle cose) che sta purtroppo alla base di molte attuali teorie.

Ma tutto questo non basta a far sì che tutti quanti si prostrino di fronte al "Prode Nuovo Mondo", alla nuova normalità, al moralismo borghese imposto con il ricatto - morale anch'esso. No, perché l'essere umano in quanto tale è una creatura emotiva, fatta di sentimenti, di sensazioni, di passioni. Orwell lo aveva capito bene, e infatti nel suo romanzo il regime totalitario se la prende con l'amore: le persone non devono amare, e non devono amarsi tra loro. Per impedire ciò si interviene con le peggiori sevizie psico-fisiche, finché quell'amore, insieme allo "spirito dell'uomo", non viene del tutto annichilito. A quel punto l'individuo è finalmente in ginocchio, non conta più nulla, non è nessuno. Può devolvere quel sentimento unicamente verso l'autorità, contribuendo a renderla, di fatto, onnipotente e indistruttibile.
L'amore non è una debolezza. "L'amore è forte come la morte", recita il Cantico dei Cantici. L'amore è forza. E' un potere che si contrappone ad ogni altra forma di potere. Ecco perché è così pericoloso. Se ami, sei spinto da energie che è difficile arrestare, vieni meno a quelli che sono i doveri imposti. Tradisci la convenienza, l'opportunismo, l'obbligo sociale e superi persino la paura, se ami davvero qualcuno o qualcosa. Perciò la lotta di qualunque sistema che vuole schiavizzare, asservire gli individui nel profondo, farli inginocchiare di fronte a un falso idolo - non importa se si tratta di un vitello d'oro o di un movimento politico-ideologico esploso strumentalizzando la morte di un criminale pregiudicato - deve essere anche e soprattutto una lotta contro l'amore, e in una prospettiva più ampia, contro le emozioni, i sentimenti, contro tutto ciò che ci rende davvero umani e non androidi telepilotati in un ciclo di produzione e consumismo, inframezzato da una demenza cognitiva tale da perdere ogni capacità di giudizio autonomo e/o spinta al dubbio ed allo spirito critico. Questo tipo di sistema spingerà con ogni mezzo a disposizione verso il transumanesimo. Quindi lo smantellamento di tutto ciò che è tipicamente animale, mammifero, umano: il branco o famiglia, la distinzione tra i generi, il radicamento alla terra e cultura originarie, la connessione simbiotica con l'habitat naturale (trasformato in oggetto da sfruttare fino in fondo senza scrupolo alcuno, o da tutelare solo in vista di un profitto), la connessione profonda con la propria stessa natura.

In tempi così oscuri ci si domanda cosa si può fare per opporre una qualche resistenza. Vi sono molte cose, piccole e grandi, che si possono fare, ma forse la prima e più importante è ricordare che la libertà, la verità, i diritti conquistati, la giustizia, la possibilità di scegliere e di pensare autonomamente, non sono concetti astratti; sono prospettive concrete. E se anche il monopensiero con le sue stupide etichette dovessero giungere a sostituire ogni forma di reale dialogo, la Bellezza, i Sentimenti, l'Amore, non perderanno mai il loro potere. E potremo sempre ricorrere ad essi come ad armi per contrastare l'abbruttimento generale, l'umiliazione della dignità e la piega pericolosa che sta prendendo la nostra società, con l'attuale deriva anti-democratica ed il terrorismo psicologico sempre in atto, il grottesco tentativo di omologazione che è prerogativa di tutti i peggiori regimi totalitari, quelli di ieri, quelli di oggi, quelli narrati da perle della letteratura che non dobbiamo mai smettere di leggere. 

MR


 

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mercoledì 5 settembre 2018

Il mito del diverso e la falsa tolleranza

Quando si parla della paura del diverso si sentono inevitabilmente un'infinità di luoghi comuni, sciocchezze e banalità. Essa viene ormai accostata al concetto abusato di xenofobia, che designa invece la paura dello straniero e che nell'antichità era certamente legittima, dal momento che lo straniero era spesso il saccheggiatore, il razziatore o l'invasore, il conquistatore che veniva per imporre i suoi usi e costumi e le sue leggi su quelli del popolo autoctono. La paura del diverso viene anche, erroneamente, associata al razzismo, ovvero alla teoria della superiorità o inferiorità delle varie etnie.
Ma cosa si intende, esattamente, per "diverso"? Chi sono i diversi?
Quando pensiamo alle persecuzioni e stragi messe in atto da un gruppo di persone contro altre, non possiamo evitare di ricordare le leggi razziali dell'apartheid in Sudafrica, le discriminazioni contro i neri negli Stati Uniti, l'olocausto degli Ebrei ad opera dei nazisti. Questi sono gli esempi più vicini a noi occidentali ed in relazione al nostro tempo, ma ampliando il nostro orizzonte ad altri popoli e culture, possiamo facilmente accorgerci che i massacri da parte di un popolo o di un gruppo etnico contro un altro si perpetrano trasversalmente, tanto nelle epoche passate, quanto nel nostro presente, attraversando varie culture ed aree geografiche. Il Tibet schiacciato dall'imperialismo cinese, gli indigeni dell'Amazzonia che scompaiono mentre i ricchi industriali transnazionali determinano la distruzione delle loro terre, la resistenza curda in Turchia. Se includiamo anche i conflitti e le persecuzioni di origine religiosa, la mappa degli spargimenti di sangue e delle repressioni si amplia: cristiani coopti uccisi dai fondamentalisti dell'ISIS, i quali non si risparmiano di devastare monumenti e siti archeologici edificati da tempo immemore in onore degli antichi dèi del Medio Oriente, e se andiamo indietro nella storia, ricorderemo il genocidio dei Catari ad opera della Chiesa, le torture e i roghi voluti dall'Inquisizione contro gli eretici e le donne bollate come streghe. Se consideriamo attentamente le dinamiche di tutti questi crimini, possiamo tuttavia comprendere che alla base non c'è la paura di un diverso, ma che, tutt'al più, tale paura viene fomentata e strumentalizzata per legittimare il crimine; crimine che in vero ha un unico scopo: l'oppressione di una parte della popolazione in favore del dominio, dell'arricchimento e dell'ascesa al potere di un'altra. Nella lotta per il potere, la paura dell'altro, la religione e l'etnia non sono il movente, bensì l'alibi. A questo alibi credono forse i più ingenui, abboccano gli stolti, i malvagi lo rivendicano e in tal modo fanno dell'atto criminale contro l'altro una condizione necessaria. Eppure appare evidente che la ragione di ogni strage, oggi come ieri, qui come altrove, è solo l'instaurazione della supremazia dell'uomo sull'uomo e la difesa della medesima. A tal fine viene di volta in volta fabbricata una struttura ideologica che si fonda sul pregiudizio etnico e religioso ("i neri sono meno intelligenti dei bianchi", "gli Ebrei sono per natura usurai", ecc.), che ha lo scopo di soppiantare la verità dei fatti. E la verità è l'intento di dominio e sfruttamento.
L'uomo è un animale che crea debolezza allo scopo di sfruttare e dominare: così ha privato la donna delle armi, dell'addestramento militare e della cultura, da un certo punto della storia in avanti l'ha estromessa anche dalle cariche religiose; l'ha resa sempre più debole per poterla sottomettere, usare e comandare. L'uomo castra il toro per farne una bestia da soma, castra lo stallone per montarlo più facilmente. Sempre e ovunque, genera debolezza per creare sottomissione e la possibilità di sfruttare al meglio le risorse naturali e umane: così costruisce dighe, scava fossati, devia il corso del fiume. L'uomo bianco ha schiavizzato l'uomo nero per sfruttarne la forza fisica, il nazista ha oppresso l'ebreo per potersi appropriare delle ricchezze che costui si era costruito con l'ingegno ed il lavoro, l'europeo ha massacrato i Nativi delle Americhe per occupare le loro terre.
Tutto ciò, ad ogni modo, non ha nulla a che vedere con la paura del diverso. Semplicemente perché il diverso non è qualcuno che si può sfruttare o comandare. 
Diverso è qualcuno che si distingue da tutti gli altri. E si distingue precisamente all'interno del contesto sociale, culturale e religioso al quale appartiene. Cercherò di spiegarlo in parole semplici: si può essere diversi solo in relazione al proprio contesto storico-sociale e culturale, altrimenti si è solo stranieri. Straniero è chi si trova in un paese, in un habitat socio-culturale che non gli appartiene. Gli stranieri possono apparire diversi nella società che li ospita, ma in quella dalla quale hanno origine possono essere perfettamente omologati.
Diversi non sono nemmeno gli omosessuali; essi al contrario possono essere persone assolutamente ossequiose di tutta una serie di convenzioni: se partecipano al gay pride, vestono Benetton e arredano il loro nido d'amore da Ikea, per il sistema vanno benissimo. Diverso sarebbe un omosessuale come Pasolini, ad esempio, la cui critica era volta a smantellare sistematicamente le ipocrisie del sistema.
Anche gli stranieri, neri o mussulmani, sono ben accetti dal sistema, purché esso si possa in qualche modo servire di loro attraverso lo sfruttamento da parte delle mafie, come mano d'opera a basso costo, oppure come semplici consumatori.
Ma allora chi sono i diversi temuti dal sistema, emarginati dalla società, isolati dal mainstream?

Oggi il mito del diverso è interamente proiettato sulla figura dell'immigrato, del musulmano, dell'omosessuale o dello zingaro. Parlo di mito perché quello del diverso è realmente un archetipo essenziale della società umana: tale società può perseguitare i diversi oppure osannarli, ma in ogni caso, nell'inconscio collettivo è sempre viva la consapevolezza che è solo dai diversi che può venire il meglio della nostra specie. Ne troviamo la certezza quando osserviamo un dipinto di Van Gogh, quando leggiamo una poesia di Baudelaire, quando ascoltiamo una canzone di Michael Jackson. Sappiamo che in qualunque campo, perché l'ecellenza si possa realizzare, occorre un diverso, una creatura che cammina a qualche metro da terra e pensa tra le nuvole, qualcuno realmente posseduto da un genio o daimon in grado di ispirarlo fino ai massimi livelli di qualunque arte o scienza. Come ben sappiamo, nessuna eccellenza è priva di effetti collaterali. Dove il sole è più forte, l'ombra è più scura, e così ogni maestro di meraviglie porta con sé un lato oscuro e a volte distruttivo, una follia, una cupa depressione, l'autolesionismo, una sessualità depravata, l'orrore visionario dal quale scaturiscono altre visioni, la disperazione, la buia notte che partorisce stelle luminose che sono frammenti del mondo interiore del genio. E' il caso di Nietzsche, di Virginia Wolf, di Robin Williams, ma potrei citarne un'infinità. Nei diversi, quasi sempre, quel daimon appartenente al regno delle anime si manifesta con grandi o piccoli effetti collaterali per la persona fisica.
Ma non è solo questo che instilla nella società la paura del diverso. Il diverso terrorizza perché porta scompiglio nella società omologata. Perché è un portatore di eccellenza dinnanzi al quale la mediocrità spicca tristemente o tragicamente. Il diverso o la diversa sussurrano all'orecchio degli uomini e delle donne ben addomesticati parole di ribellione: "non devi per forza vivere così", o "potresti fare tutto in un altro modo", o ancora "sono tutte menzogne e la verità è quest'altra qui". Il vero diverso non può essere mai completamente sottratto alla natura selvaggia e animica cui appartiene. Non può essere incasellato nella piccionaia di un modo d'essere prestabilito, etichettato con gli epiteti di cui la gente sembra tanto aver bisogno, non lo si può segregare otto ore al giorno nel grigiore di un ufficio. Sarà sempre, intimamente, un sovversivo. Un creatore di dissenso, un rivoltoso nello stile di vita.
E sebbene non v'é, né c'è mai stato, un vessillo che sventola in difesa dei suoi diritti, il vero diverso non potrà mai essere cambiato nella sua natura né "cooptato" all'omologazione, per tutta la durata del tempo in cui vivrà in questa dimensione.

Ecco perché, in sintesi, i diversi veramente tali non sono mai tollerati.
Così come il mito del diverso, anche la falsa tolleranza oggi converge interamente sui finti diversi, che sono le categorie sopracitate. Naturalmente io non ho nulla contro queste categorie di per se stesse. Esse sono solo un ricettacolo di proiezione inconscia della comunità. Prendiamo il caso degli stranieri, degli immigrati. Il sistema li adora perché arrecano profitto attraverso la mafia sfruttatrice e il lavoro a basso costo. I buonisti rivolgono loro una costante apologia acritica, in quanto vedono nell'immigrato solo qualcuno a cui mettere il panino in bocca; non lo considerano in quanto individuo, sia esso onesto lavoratore, giovane in cerca di futuro, opportunista o efferato criminale. E' tollerato in quanto sradicato dal suo essere umano e con una precisa identità storio-culturale, tradotto in effige, in bandiera da sventolare laddove si è creato un vuoto di valori spaventoso, sulla sua figura si riversa il desiderio inconscio nei confronti del diverso, quella sottile paura colma di eccitazione, sebbene come già detto, egli non è affatto un diverso se relazionato al suo status di provenienza. Siccome è visto alla stregua di animale bisognoso, nella coscienza collettiva dei suoi difensori viene alleggerito di qualunque responsabilità. Questa finta tolleranza esiste in virtù di una visione che lo considera sostanzialmente inferiore. Perché se domani lo straniero potesse raggiungere posizioni elevate, competere esattamente come un nostro connazionale e generare un contraddittorio, non susciterebbe più alcuna simpatia in quella parte di popolazione che finge ipocritamente di amare gli stranieri: ne è un esempio recente Tony Iwobi, leghista e primo senatore nero della nostra Repubblica.

Mentre il radical chic, dal suo attico metropolitano, pontifica sui diritti di immigrati clandestini, islamici e rom, dimentica un concetto fondamentale: ossia che parità di diritti significa parità di doveri. Nel frattempo, mentre il terrorista che si accanisce sulla gente inerme e vede le autorità del paese che lo ospita rispondere con gessetti colorati e vacue giustificazioni che si rifanno ad una sua presunta emarginazione sociale, mentre lo zingaro che massacra di botte un anziano per derubarlo in casa sua viene difeso dagli antirazzisti che sentenziano, dalle loro ville ben protette nei quartieri "bene" della città, che la legge sulla difesa personale è sbagliata perchè ci porterebbe ad un Far West, e mentre lo stupratore di branco si vede rifilare poco più di un manuale illustrato che spiega che lo stupro in Occidente è un reato, crimini e violenze aumentano esponenzialmente: i carnefici, infatti, interpretano il buonismo e la mancanza di reazioni adeguate degli occidentali come una debolezza, dunque un tacito invito ad arrogarsi diritti che non possiedono.
Ma ora che il mito del diverso è quasi interamente proiettato sugli islamici, sui rom, sui clandestini, o nel migliore dei casi sulla comunità LGBT, il danno è fatto. I paladini dei diritti umani, difendendo a spada tratta queste categorie senza mettere in mezzo nessun giudizio critico e neppure un po' di buonsenso, potranno riscattarsi dalla loro cattiveria, dal bullismo subdolo di cui i borghesi sono veri esperti, dal profondo, radicato razzismo e dalla volontà di discriminazione che essi nutrono nei confronti dei veri diversi: cioè di quella minoranza di persone appartenenti alla loro stessa comunità ma che non la pensa come loro, che si dissocia dalle loro bandiere e rigetta la loro propaganda, che rifiuta i valori della borghesia consumista, la finta libertà che è invece licenziosità, l'assenza di morale nei rapporti umani, ma soprattutto che persegue uno stile di vita differente da quello imposto dalla società dei consumi, del Capitale globalizzato e del neo-liberismo sfrenato. Attraverso la falsa tolleranza dei finti diversi, il borghese liberal-democratico può finalmente nascondere sotto una maschera di ipocrisia la sua vera e totale intolleranza nei confronti di chi diverso lo è davvero.
Ma anche con questa foglia di fico color arcobaleno, la coda di rettile spunta prepotentemente da sotto il travestimento da agnello; la lingua biforcuta e il dente avvelenato si scagliano con ferocia ogni qual volta il falso tollerante si trova a doversi confrontare con un vero diverso. 
Perché i diversi nella nostra società sono quelli che hanno ancora il coraggio di indignarsi di fronte all'ingiustizia, di stare a sentire le ragioni del cuore contro la spietata logica dell'interesse, di vivere l'intensità dei momenti con tutta la passione possibile anziché pianificare e progettare un futuro vantaggioso, che amano quando c'è tutto da perdere, che fanno le cose per amore invece che per convenienza, che se ne infischiano del politicamente corretto, pensano e votano come gli pare, che camminano a testa alta dove altri sanno solo strisciare e adulare, che si preoccupano dei sentimenti anziché dei complotti per raggiungere uno scopo. Sono quelli che non hanno bisogno di maschere, quelli che non guardano all'utilità, ma all'essenza delle cose.
I veri diversi, ieri come oggi, se ne stanno in disparte, spesso criticati, calunniati ed esclusi dai ruoli di prestigio e dal successo. 
E forse è giusto così: perché nella solitudine scopriamo davvero noi stessi e ciò che ha valore quando tutto il superfluo è andato perduto.


MR


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sabato 21 aprile 2018

Concerto Branduardi: un'esperienza di "arte che crea magia"

Ieri sera, 20 Aprile 2018, a distanza di un anno dalla sua ultima data a Torino (esattamente il 28 aprile 2017) al Teatro Colosseo, il maestro Angelo Branduardi ci ha donato un altro coacervo di emozioni tradotto in concerto.
Rispetto alla scorsa tourné stavolta l'atmosfera è stata meno intima ma più dionisiaca, con l'arricchimento musicale offerto da più musicisti e strumenti, la scelta accurata della scaletta che ci ha offerto le innumerevoli suggestioni dei brani più famosi come "Il Dono del Cervo", passando dal ritmo estatico di pezzi quali "Il Sultano di Babilonia e la Prostituta", fino a "Vanità di Vanità", senza tralasciare la bellezza evocativa di componimenti poetici quali "La canzone di Angeus il vagabondo". E non poteva mancare, suonata in una versione moderna che lo stesso Branduardi, durante il concerto, ha definito ironicamente "metallo gotico", il celebre "Ballo in fa diesis".
Sempre capace di un'ironia accattivante, ma anche custode di conoscenze che non tutti i suoi colleghi possono vantare, il Maestro ha iniziato il concerto parlando delle origini e del ruolo della musica, facendo un confronto consapevole tra la figura del musicista e quelle dello sciamano e del mago dell'antichità, di come la musica abbia un aspetto ritmico ed uno esoterico, uno spirituale ed uno ctonio.
In finlandese esiste una parola, taiku, che significa letteralmente "arte che crea magia". E' esattamente il tipo di arte - perfetto connubio di musica e poesia - che ha sempre trattato Angelo Branduardi. Il ritmo da baccanale di canzoni  come "La pulce d'acqua", che si sposa spesso con influenze etniche e folkloristiche come nel caso di "Cogli la prima mela", unito al suono del violino che trascina in un'altra dimensione sospesa tra fiaba e passato remoto, alternato alle note dolci della chitarra nei brani più lenti e suggestivi, che aprono le porte di un altro mondo e, se ti lasci prendere per mano, ti accompagnano magicamente in esso.
Sempre bellissimo, a mio avviso e a dispetto della sua età e dei canoni estetici convenzionali, con i folti capelli che sotto le luci del palcoscenico rilucevano candidi, con il suo violino senza il quale non riuscirei ad immaginarlo, è stato ancora una volta lui, Angelo Branduardi: musicista, maestro, poeta, menestrello, bardo, cantore, sciamano, mago. Un Dioniso il cui spirito si è conservato giovane e fresco, come quello di un satiro che danza e suona nei meandri della foresta o tra l'erba folta della campagna, incoronato da foglie di vite, come non posso fare a meno di immaginarlo quando guardo i live dei suoi anni d'oro.
Qualcuno forse, tra i presenti, potrà comprendere il desiderio che ho provato che quella serata non avesse mai fine, che il tempo cessasse di scorrere per Angelo e gli altri musicisti che erano con lui, e fuori dalle porte del Teatro Colosseo: il desiderio intenso di restare lì, continuare a vederlo e sentirlo suonare e cantare con la sua voce sempre limpida, forse più stanca in alcuni frangenti, ma anche questo fa parte della meraviglia e bellezza di un'esibizione fatta davvero con il cuore, la passione, la spontaneità che sono sempre più rare nei prodotti musicali preconfezionati con i quali cercano di martellarci al giorno d'oggi.
Non è un desiderio che provo di sovente, quello che un concerto non finisca più.
Ma non avevo ancora fatto un passo fuori dalla tenda della platea, che già un senso di forte nostalgia mi ha avvolta. Sono questi i momenti che valgono la vita, che non si dimenticano, che si spera sempre di ritrovare tra un mese, tra un anno, e un giorno, forse, per l'eternità: in quel teatro senza tempo né luogo che è nei miei sogni, dove continuo a vederlo suonare magicamente i suoi strumenti e cantare ad occhi chiusi, rapito dalla sua stessa ispirazione, il mio Angelo della musica.

MR

foto di Milena Rao

foto di Milena Rao

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venerdì 2 febbraio 2018

Ila, le Ninfe e la censura

In seguito all'intenzione di rimuovere questo meraviglioso dipinto di John William Waterhouse dal museo in cui si trova in Inghilterra (a testimoniare che non certo solo in Italia arte e cultura sono affidate a perfetti mediocri, ottusi, incompetenti ed ignoranti), dal titolo "Ila e le ninfe" - se non conoscete la storia di Ila potete leggerla su wikipedia o qualunque dizionario mitologico - che è uno dei dipinti preraffaelliti più belli e suggestivi in assoluto...ma in generale a seguito di vari eventi interconnessi che riguardano la nostra attuale civiltà, spenderò qui sopra qualche parola prima di tornare a lavoro a illustrare le fiabe tradizionali (si, sempre quelle che pretendono di censurare, alla faccia loro!). In primis, che un dipinto con dei giovani nudi femminili, con una loro naturale seduttività, possa avere in qualche modo a che fare con la campagna #MeToo e cioè una campagna contro gli abusi sessuali...beh, non so quale mente contorta possa partorire tale grottesca associazione di idee. Poi, il fatto che non si conosca né la mitologia ed il contesto panteista cui si ispira l'opera (come del resto molte altre opere preraffaellite) non è meno grave, ma soprattutto, è palese che si disconosca del tutto - e a causa di ciò venga totalmente frainteso - il simbolismo espresso da tale opera ed i significati attraverso i quali si presta ad essere interpretata. In tutto ciò, la cosa più allarmante, è che la totale ignoranza sui tesori più preziosi custoditi dalla civiltà europea (le cui radici non sono cristiane, come vorrebbero far credere certi luminari da teatrino televisivo che vanno a braccetto con le più becere estreme destre, ma assai più antiche di qualunque monoteismo) rende i medesimi, di fatto, inaccessibili al popolo: se non si comprende il valore immenso e numinoso di cui queste opere sono portatrici, non è possibile neppure trasmetterlo alle nuove generazioni. Allora si, spogliamo pure i musei delle loro opere e cediamo queste ultime a collezionisti privati che - si spera - saranno in grado di apprezzarle davvero e coglierne il valore inestimabile. Ma che, soprattutto, non si sentiranno turbati o sandalizzati dal seno scoperto di una figura adolescente che invita un giovane uomo ad entrare nell'acqua con lei: turbamento e intolleranza che sono tipici di quella società cripto-protestante da cui stanno di recente scaturendo tutte le pretese di censura più assurde, dal bacio del principe alla Bella Addormentata alle Rune sui maglioni scandinavi. La stessa società dal cui inconscio collettivo scaturisce la simpatia per lo chador, per il burqua e per tutte quelle forme di repressione-oppressione ammantata di "esotico" perché proviene da altre culture ma, nei fatti, rimarca sempre la stessa solfa: il corpo della donna è impuro, la bellezza va nascosta, la seduzione è peccato, il sesso si fa solo per fare figli, ecc. E sono proprio i complessi inconsci di questa società ad ammiccare agli estremismi delle società "altre". Se la componente dominante dell'attuale coscienza collettiva, infatti, è quella progressista e libertaria, la sua Ombra speculare è rivolta all'opposto, verso la censura dell'arte e del bello, l'intolleranza e la repressione. Ciò avviene per naturale funzione compensatrice. Questa Ombra trova espressione cosciente, per l'appunto, nelle fazioni opposte all'ideologia dominante: movimenti di estrema destra, pseudo-identitarismi ed integralismi religiosi che spuntano come funghi in risposta al flusso ideologico che domina - ma solo in superficie - le coscienze degli occidentali. Essi stanno prendendo piede, purtroppo, proprio a causa di quegli eccessi ridicoli, di quelle gravi mancanze e di quell'insieme di scelte ed intenti rivelatesi disastrosi quanto infinitamente pericolosi, di cui la politica globalista e progressista è stata fautrice, politica che si nasconde, nel nostro paese, dietro la maschera di una virtuosa sinistra che non esiste più poiché ha rinnegato da tempo i principi sui quali si fondava: ovvero quelli socialisti. Insomma, l'ignoranza e l'incompetenza della funzione primaria, razionale, della collettività, nutre i mostri della funzione inferiore della medesima collettività, i fanatismi che scaturiscono dalle pulsioni inconsce della popolazione, dalle debolezze inespresse, dalle paure, dalla frustrazione, dal bisogno di un rinnovamento spirituale e culturale che, tuttavia, si esprime nel peggiore dei modi, spesso mistificando un passato dal quale ci si dovrebbe essere emancipati ormai da tempo. Così in risposta allo pseudo-femminismo delle Femen e delle lobby che vorrebbero annientare la femminilità attraverso la cultura gender si scagliano boriosi tutti i maschi frustrati e le loro donne affettivamente dipendenti, e abbiamo (di nuovo, che persecuzione!) l'anti-femminismo, l'antiabortismo, l'apologia acritica della famiglia tradizionale - che poi è la stessa dalla quale sono scaturiti tutti i complessi a tonalità affettiva e le menomazioni emotive, e dunque avrebbe bisogno come minimo di una sana riforma, perché per quanto si fatichi a crederlo, gli stessi che oggi inneggiano alle famiglie "alternative", alla maternità surrogata e all'utero in affitto, sono figli e figlie nati e cresciuti in famiglie tradizionali; allora qualcosa è andato storto, mi sorge spontaneo pensare. E poi, ovviamente, abbiamo di nuovo l'antisemitismo, tutti gli "anti" e tutti gli "ismi" e i relativi complotti scaturiti dal disagio individuale e sociale. Veniamo dunque al punto della situazione: fiabe censurate, dipinti che si vorrebbero togliere dai musei, un bambino ebreo di 8 anni picchiato in Francia da due adolescenti. Tutto questo mi ricorda un certo periodo storico che definire tragico sarebbe un eufemismo. Siete proprio sicuri che non servano giornate della memoria? Prima di perderla del tutto, la memoria vera della nostra civiltà, di ciò che è stato e di ciò che merita di essere preservato dall'incombente distruzione e furia iconoclasta, cominciate così: caricate questo dipinto su tutte le vostre pagine e blog, e se dovessero censurarlo, caricatelo nuovamente, create altri profili, stampate i volantini del bellissimo Ila con le sue ninfette nude e appendeteli ovunque. La vera rivoluzione parte dall'arte ma, ancor prima, da noi stessi, dal nostro modo di concepire la realtà, sempre.
MR
J.W.Waterhouse, Hylas and the nymphes

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mercoledì 19 luglio 2017

La morte dell'arte - la caduta del Tempio


Il titolo non è una provocazione, ma il frutto di una riflessione.
Mentre scrivo questo articolo, fiamme scatenate da uomini senz’anima divampano sul Vesuvio, distruggendo la vegetazione, uccidendo gli animali. La nostra nazione è messa in ginocchio da persone senza dignità che si arricchiscono con politiche criminali, mentre continuano le fughe massicce di stranieri dai loro paesi d’origine, i quali arrivano sulle nostre coste per diventare il nuovo business delle mafie. Nel frattempo, la più grave crisi dell’Europa e dell’Occidente sembra riguardare proprio i valori e gli ideali, più che l’economia, se pensiamo che la gente nel dopoguerra viveva con poco, eppure aveva nel cuore canzoni che noi oggi abbiamo dimenticato.
Viene istintivo chiedersi cosa sia accaduto. Guardo l’uomo moderno metropolitano, che vive in coda su un’automobile o all’ufficio postale, lavora ore ed ore in luoghi grigi, prigioni per l’anima, e attende con ansia il weekend o ferie estive solo per potersi accatastare insieme a tutti gli altri in autostrada o in aeroporto, per poi raggiungere mete turistiche che di anno in anno vengono letteralmente saccheggiate dalle masse. E’ l’uomo alienato della società del consumo, che si affanna per raggiungere una finta dimensione edonistica nella quale non regna realmente il principio dionisiaco del piacere, ma una continua tensione interiore che impone di fare quello che tutti gli altri fanno, di godere come tutti gli altri godono, di essere, insomma, un numero tra tanti non solo quando si va al lavoro o in ospedale, ma anche quando si viaggia, quando si mangia, quando si fa l’amore.
Guardo quest’uomo e mi chiedo che ne è stato degli artigiani, dei calzolai, delle botteghe degli artisti e dei fabbri, delle ricamatrici e delle tessitrici, dei poeti che sempre, in ogni epoca, hanno trasformato lo spirito in verbo. Mi chiedo come mai oggi una cieca avidità spinga le persone  a distruggere tutto quello che di buono c’è, come sia possibile che la macchina del capitale abbia sottomesso qualunque spinta alla libertà individuale, sostituendola con un individualismo spietato che si riassume nel tentativo spasmodico di possedere più degli altri, a qualunque costo.
Penso alla musica di Wagner, ai dipinti di Botticelli, alla Divina Commedia, ai templi dell’antica Grecia, e mi chiedo come mai tutta questa ricchezza non sia riuscita a salvarci dall’abbruttimento. Buona parte delle persone, infatti, sembrano cieche e sorde di fronte al bello, nemmeno in grado di riconoscerlo. Storditi come cani dagli ultrasuoni si trascinano dal chiasso delle strade al rumore assordante degli attrezzi da giardino, dalla televisione-spazzatura al cibo sintetico di McDonald. Sento i critici dire che in Europa, ed in particolare in Italia, abbiamo questo grande patrimonio artistico, che dovrebbe essere il nostro “oro nero”. Purtroppo, il crimine risiede proprio in quest’ultima considerazione. Pensare all’arte ed alla cultura come a qualcosa da immettere semplicemente nel grande mercato e da sfruttare, è già di per sé una dissacrazione delle medesime. L’opera dunque non ha più valore di per sé, ma in base al profitto che se ne può ricavare: il tempio si è trasformato in un bordello. Come Sodoma e Gomorra, è destinato alla tragica caduta.
Penso all’arte come ad un tempio perché le arti, tutte, sono lo scrigno che custodisce l’anima di un popolo e di un’epoca, i tesori in cui quest’anima meglio si è espressa e manifestata nei secoli dei secoli. Le opere degli artisti, da sempre, hanno dato forma all’immaginario collettivo, alla pulsione creativa del singolo e della comunità, ma soprattutto al sentimento più profondo che, di volta in volta, è diventato un’opera musicale, un dipinto, una scultura, una cattedrale, un poema, un romanzo.
Proprio in quanto prodotto del sentimento, ogni forma artistica ha una funzione compensatoria rispetto alla durezza della realtà. Ma nell’epoca positivista, la realtà ci viene presentata come qualcosa di necessariamente accattivante, ricca di promesse che sono quasi sempre illusioni. La scienza ci vende il miraggio di una vita lunga, dell’eterna giovinezza; la tecnologia pretende di risolvere tutte le problematiche quotidiane, soppiantando l’impegno e le fatiche dell’individuo. Ci dicono che non abbiamo bisogno di spiritualità, perché il paradiso può essere qui e ora, se facciamo tanti soldi o se diventiamo persone di successo. L’uomo comune può dimenticare i suoi affanni davanti ad una partita di calcio. La pornografia spaccia una versione storpiata del piacere, una dimensione grottesca dell’essere umano che invece di spingerlo all’evoluzione personale lo fa discendere nella profondità delle sue perversioni. La società neoliberista e globalizzata non vuole limiti né confini all’interno del grande mercato che è il mondo. Tutto può e deve essere venduto, persino gli esseri umani attraverso l’abominio dell’utero in affitto. Vuole convincerci che possiamo avere tutto, che ogni genere di pratica sessuale può essere vissuta senza vergogna e addirittura ostentata; peggio, che il genere sessuale medesimo non esiste ma è unicamente frutto di una scelta personale, che basta imparare l’inglese e si può fare a meno della propria terra e cultura, per seguire quello che non è più semplicemente il sogno americano - il quale, se non altro, conservava ancora quel briciolo di genuinità dell’esordio - ma l’ambizione di chi vuole annullare ogni differenza sia nei popoli che nei singoli, per ridurre l’essere umano ad una batteria in grado di alimentare un sistema famelico, capace di divorare ogni cosa per poi digerirla in un ammasso informe, di sfruttare le masse ignoranti per alimentare unicamente gli interessi di pochi oligarchi.
In quest’ottica, la distopia immaginata da molti autori agli inizi del novecento è già realtà. Tutto è mercificato, il corpo umano e i rapporti umani, non c’è posto per il sentimento ed i legami autentici, né tempo per un percorso interiore che porti ad una maggiore consapevolezza. Ora che il Sancta Sanctorum dell’Occidente è stato profanato, l’arte non è più qualcosa di vivo e vivificante, ma un feticcio da esibire in qualche museo, un’attrattiva per turisti e curiosi. I pilastri del Tempio, sui quali reggeva l’intera civiltà, sono crollati. L’arte è morta perché non vi è più il soffio vitale del sentimento ad animarla. Un modo di essere del tutto meccanicistico ha prosciugato la vera passione per la vita e per le sue bellezze, che si tratti di guardare un tramonto, lasciarsi sedurre da un vento primaverile, commuoversi nell’ascoltare una melodia, lasciarsi guidare da un sogno ad occhi aperti, avvertire quel senso di mistero e sacralità quando si entra nell’oscurità permeata d’incenso di una chiesa antica. L’arrivismo nevrotico si è sostituito alla più vera e legittima fame dell’anima.
Quando osserviamo le opere di periodi storici come il Medioevo, il Rinascimento o il Romanticismo, esse ci mostrano lo spirito che ha dato loro la vita e le ha nutrite fino a raggiungere l’eccellenza: un forte sentimento religioso, un rinnovato amore per la natura, o la celebrazione delle tempeste che si agitano nell’animo umano. Ma laddove questo spirito è morto nella comunità, le stesse opere d’arte divengono null’altro che fossili, residui storici che testimoniano l’esistenza di un passato che non è più, spente e mute, o bisbiglianti un linguaggio che siamo incapaci di comprendere.
Senza lo spirito, l’arte perde il suo valore originario.
Se vogliamo che l’arte e cultura dell’Europa tornino al loro antico splendore, dobbiamo riappropriarci dello spirito vitale che abbiamo perduto, e questo significa innanzitutto che non dobbiamo permettere che il fuoco dentro di noi e nella comunità di cui facciamo parte si spenga. Nonostante tutto lo scempio cui siamo costretti ad assistere, spesso impotenti, la fiamma deve continuare ad ardere. Anche se la società in cui viviamo predilige gli automi, i mediocri, e le persone che non sollevano troppi problemi, dobbiamo continuare ad innamorarci disperatamente di qualcosa, fare le cose con passione o non farle affatto, dissentire dal pensiero omologato.
Se conserviamo in noi stessi l’ardore, i sentimenti, il desiderio della bellezza e la giusta spiritualità, l’arte può tornare a rivivere. Il Tempio distrutto può essere ricostruito, pietra su pietra, e nuovamente consacrato. Sul suo altare giace il seme di un vero rinnovamento culturale. 

MR

 
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La morte dell'arte - la caduta del Tempio diMilena Rao è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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