sabato 21 aprile 2018

Concerto Branduardi: un'esperienza di "arte che crea magia"

Ieri sera, 20 Aprile 2018, a distanza di un anno dalla sua ultima data a Torino (esattamente il 28 aprile 2017) al Teatro Colosseo, il maestro Angelo Branduardi ci ha donato un altro coacervo di emozioni tradotto in concerto.
Rispetto alla scorsa tourné stavolta l'atmosfera è stata meno intima ma più dionisiaca, con l'arricchimento musicale offerto da più musicisti e strumenti, la scelta accurata della scaletta che ci ha offerto le innumerevoli suggestioni dei brani più famosi come "Il Dono del Cervo", passando dal ritmo estatico di pezzi quali "Il Sultano di Babilonia e la Prostituta", fino a "Vanità di Vanità", senza tralasciare la bellezza evocativa di componimenti poetici quali "La canzone di Angeus il vagabondo". E non poteva mancare, suonata in una versione moderna che lo stesso Branduardi, durante il concerto, ha definito ironicamente "metallo gotico", il celebre "Ballo in fa diesis".
Sempre capace di un'ironia accattivante, ma anche custode di conoscenze che non tutti i suoi colleghi possono vantare, il Maestro ha iniziato il concerto parlando delle origini e del ruolo della musica, facendo un confronto consapevole tra la figura del musicista e quelle dello sciamano e del mago dell'antichità, di come la musica abbia un aspetto ritmico ed uno esoterico, uno spirituale ed uno ctonio.
In finlandese esiste una parola, taiku, che significa letteralmente "arte che crea magia". E' esattamente il tipo di arte - perfetto connubio di musica e poesia - che ha sempre trattato Angelo Branduardi. Il ritmo da baccanale di canzoni  come "La pulce d'acqua", che si sposa spesso con influenze etniche e folkloristiche come nel caso di "Cogli la prima mela", unito al suono del violino che trascina in un'altra dimensione sospesa tra fiaba e passato remoto, alternato alle note dolci della chitarra nei brani più lenti e suggestivi, che aprono le porte di un altro mondo e, se ti lasci prendere per mano, ti accompagnano magicamente in esso.
Sempre bellissimo, a mio avviso e a dispetto della sua età e dei canoni estetici convenzionali, con i folti capelli che sotto le luci del palcoscenico rilucevano candidi, con il suo violino senza il quale non riuscirei ad immaginarlo, è stato ancora una volta lui, Angelo Branduardi: musicista, maestro, poeta, menestrello, bardo, cantore, sciamano, mago. Un Dioniso il cui spirito si è conservato giovane e fresco, come quello di un satiro che danza e suona nei meandri della foresta o tra l'erba folta della campagna, incoronato da foglie di vite, come non posso fare a meno di immaginarlo quando guardo i live dei suoi anni d'oro.
Qualcuno forse, tra i presenti, potrà comprendere il desiderio che ho provato che quella serata non avesse mai fine, che il tempo cessasse di scorrere per Angelo e gli altri musicisti che erano con lui, e fuori dalle porte del Teatro Colosseo: il desiderio intenso di restare lì, continuare a vederlo e sentirlo suonare e cantare con la sua voce sempre limpida, forse più stanca in alcuni frangenti, ma anche questo fa parte della meraviglia e bellezza di un'esibizione fatta davvero con il cuore, la passione, la spontaneità che sono sempre più rare nei prodotti musicali preconfezionati con i quali cercano di martellarci al giorno d'oggi.
Non è un desiderio che provo di sovente, quello che un concerto non finisca più.
Ma non avevo ancora fatto un passo fuori dalla tenda della platea, che già un senso di forte nostalgia mi ha avvolta. Sono questi i momenti che valgono la vita, che non si dimenticano, che si spera sempre di ritrovare tra un mese, tra un anno, e un giorno, forse, per l'eternità: in quel teatro senza tempo né luogo che è nei miei sogni, dove continuo a vederlo suonare magicamente i suoi strumenti e cantare ad occhi chiusi, rapito dalla sua stessa ispirazione, il mio Angelo della musica.

MR

foto di Milena Rao

foto di Milena Rao

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venerdì 2 febbraio 2018

Ila, le Ninfe e la censura

In seguito all'intenzione di rimuovere questo meraviglioso dipinto di John William Waterhouse dal museo in cui si trova in Inghilterra (a testimoniare che non certo solo in Italia arte e cultura sono affidate a perfetti mediocri, ottusi, incompetenti ed ignoranti), dal titolo "Ila e le ninfe" - se non conoscete la storia di Ila potete leggerla su wikipedia o qualunque dizionario mitologico - che è uno dei dipinti preraffaelliti più belli e suggestivi in assoluto...ma in generale a seguito di vari eventi interconnessi che riguardano la nostra attuale civiltà, spenderò qui sopra qualche parola prima di tornare a lavoro a illustrare le fiabe tradizionali (si, sempre quelle che pretendono di censurare, alla faccia loro!). In primis, che un dipinto con dei giovani nudi femminili, con una loro naturale seduttività, possa avere in qualche modo a che fare con la campagna #MeToo e cioè una campagna contro gli abusi sessuali...beh, non so quale mente contorta possa partorire tale grottesca associazione di idee. Poi, il fatto che non si conosca né la mitologia ed il contesto panteista cui si ispira l'opera (come del resto molte altre opere preraffaellite) non è meno grave, ma soprattutto, è palese che si disconosca del tutto - e a causa di ciò venga totalmente frainteso - il simbolismo espresso da tale opera ed i significati attraverso i quali si presta ad essere interpretata. In tutto ciò, la cosa più allarmante, è che la totale ignoranza sui tesori più preziosi custoditi dalla civiltà europea (le cui radici non sono cristiane, come vorrebbero far credere certi luminari da teatrino televisivo che vanno a braccetto con le più becere estreme destre, ma assai più antiche di qualunque monoteismo) rende i medesimi, di fatto, inaccessibili al popolo: se non si comprende il valore immenso e numinoso di cui queste opere sono portatrici, non è possibile neppure trasmetterlo alle nuove generazioni. Allora si, spogliamo pure i musei delle loro opere e cediamo queste ultime a collezionisti privati che - si spera - saranno in grado di apprezzarle davvero e coglierne il valore inestimabile. Ma che, soprattutto, non si sentiranno turbati o sandalizzati dal seno scoperto di una figura adolescente che invita un giovane uomo ad entrare nell'acqua con lei: turbamento e intolleranza che sono tipici di quella società cripto-protestante da cui stanno di recente scaturendo tutte le pretese di censura più assurde, dal bacio del principe alla Bella Addormentata alle Rune sui maglioni scandinavi. La stessa società dal cui inconscio collettivo scaturisce la simpatia per lo chador, per il burqua e per tutte quelle forme di repressione-oppressione ammantata di "esotico" perché proviene da altre culture ma, nei fatti, rimarca sempre la stessa solfa: il corpo della donna è impuro, la bellezza va nascosta, la seduzione è peccato, il sesso si fa solo per fare figli, ecc. E sono proprio i complessi inconsci di questa società ad ammiccare agli estremismi delle società "altre". Se la componente dominante dell'attuale coscienza collettiva, infatti, è quella progressista e libertaria, la sua Ombra speculare è rivolta all'opposto, verso la censura dell'arte e del bello, l'intolleranza e la repressione. Ciò avviene per naturale funzione compensatrice. Questa Ombra trova espressione cosciente, per l'appunto, nelle fazioni opposte all'ideologia dominante: movimenti di estrema destra, pseudo-identitarismi ed integralismi religiosi che spuntano come funghi in risposta al flusso ideologico che domina - ma solo in superficie - le coscienze degli occidentali. Essi stanno prendendo piede, purtroppo, proprio a causa di quegli eccessi ridicoli, di quelle gravi mancanze e di quell'insieme di scelte ed intenti rivelatesi disastrosi quanto infinitamente pericolosi, di cui la politica globalista e progressista è stata fautrice, politica che si nasconde, nel nostro paese, dietro la maschera di una virtuosa sinistra che non esiste più poiché ha rinnegato da tempo i principi sui quali si fondava: ovvero quelli socialisti. Insomma, l'ignoranza e l'incompetenza della funzione primaria, razionale, della collettività, nutre i mostri della funzione inferiore della medesima collettività, i fanatismi che scaturiscono dalle pulsioni inconsce della popolazione, dalle debolezze inespresse, dalle paure, dalla frustrazione, dal bisogno di un rinnovamento spirituale e culturale che, tuttavia, si esprime nel peggiore dei modi, spesso mistificando un passato dal quale ci si dovrebbe essere emancipati ormai da tempo. Così in risposta allo pseudo-femminismo delle Femen e delle lobby che vorrebbero annientare la femminilità attraverso la cultura gender si scagliano boriosi tutti i maschi frustrati e le loro donne affettivamente dipendenti, e abbiamo (di nuovo, che persecuzione!) l'anti-femminismo, l'antiabortismo, l'apologia acritica della famiglia tradizionale - che poi è la stessa dalla quale sono scaturiti tutti i complessi a tonalità affettiva e le menomazioni emotive, e dunque avrebbe bisogno come minimo di una sana riforma, perché per quanto si fatichi a crederlo, gli stessi che oggi inneggiano alle famiglie "alternative", alla maternità surrogata e all'utero in affitto, sono figli e figlie nati e cresciuti in famiglie tradizionali; allora qualcosa è andato storto, mi sorge spontaneo pensare. E poi, ovviamente, abbiamo di nuovo l'antisemitismo, tutti gli "anti" e tutti gli "ismi" e i relativi complotti scaturiti dal disagio individuale e sociale. Veniamo dunque al punto della situazione: fiabe censurate, dipinti che si vorrebbero togliere dai musei, un bambino ebreo di 8 anni picchiato in Francia da due adolescenti. Tutto questo mi ricorda un certo periodo storico che definire tragico sarebbe un eufemismo. Siete proprio sicuri che non servano giornate della memoria? Prima di perderla del tutto, la memoria vera della nostra civiltà, di ciò che è stato e di ciò che merita di essere preservato dall'incombente distruzione e furia iconoclasta, cominciate così: caricate questo dipinto su tutte le vostre pagine e blog, e se dovessero censurarlo, caricatelo nuovamente, create altri profili, stampate i volantini del bellissimo Ila con le sue ninfette nude e appendeteli ovunque. La vera rivoluzione parte dall'arte ma, ancor prima, da noi stessi, dal nostro modo di concepire la realtà, sempre.
MR
J.W.Waterhouse, Hylas and the nymphes

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mercoledì 19 luglio 2017

La morte dell'arte - la caduta del Tempio


Il titolo non è una provocazione, ma il frutto di una riflessione.
Mentre scrivo questo articolo, fiamme scatenate da uomini senz’anima divampano sul Vesuvio, distruggendo la vegetazione, uccidendo gli animali. La nostra nazione è messa in ginocchio da persone senza dignità che si arricchiscono con politiche criminali, mentre continuano le fughe massicce di stranieri dai loro paesi d’origine, i quali arrivano sulle nostre coste per diventare il nuovo business delle mafie. Nel frattempo, la più grave crisi dell’Europa e dell’Occidente sembra riguardare proprio i valori e gli ideali, più che l’economia, se pensiamo che la gente nel dopoguerra viveva con poco, eppure aveva nel cuore canzoni che noi oggi abbiamo dimenticato.
Viene istintivo chiedersi cosa sia accaduto. Guardo l’uomo moderno metropolitano, che vive in coda su un’automobile o all’ufficio postale, lavora ore ed ore in luoghi grigi, prigioni per l’anima, e attende con ansia il weekend o ferie estive solo per potersi accatastare insieme a tutti gli altri in autostrada o in aeroporto, per poi raggiungere mete turistiche che di anno in anno vengono letteralmente saccheggiate dalle masse. E’ l’uomo alienato della società del consumo, che si affanna per raggiungere una finta dimensione edonistica nella quale non regna realmente il principio dionisiaco del piacere, ma una continua tensione interiore che impone di fare quello che tutti gli altri fanno, di godere come tutti gli altri godono, di essere, insomma, un numero tra tanti non solo quando si va al lavoro o in ospedale, ma anche quando si viaggia, quando si mangia, quando si fa l’amore.
Guardo quest’uomo e mi chiedo che ne è stato degli artigiani, dei calzolai, delle botteghe degli artisti e dei fabbri, delle ricamatrici e delle tessitrici, dei poeti che sempre, in ogni epoca, hanno trasformato lo spirito in verbo. Mi chiedo come mai oggi una cieca avidità spinga le persone  a distruggere tutto quello che di buono c’è, come sia possibile che la macchina del capitale abbia sottomesso qualunque spinta alla libertà individuale, sostituendola con un individualismo spietato che si riassume nel tentativo spasmodico di possedere più degli altri, a qualunque costo.
Penso alla musica di Wagner, ai dipinti di Botticelli, alla Divina Commedia, ai templi dell’antica Grecia, e mi chiedo come mai tutta questa ricchezza non sia riuscita a salvarci dall’abbruttimento. Buona parte delle persone, infatti, sembrano cieche e sorde di fronte al bello, nemmeno in grado di riconoscerlo. Storditi come cani dagli ultrasuoni si trascinano dal chiasso delle strade al rumore assordante degli attrezzi da giardino, dalla televisione-spazzatura al cibo sintetico di McDonald. Sento i critici dire che in Europa, ed in particolare in Italia, abbiamo questo grande patrimonio artistico, che dovrebbe essere il nostro “oro nero”. Purtroppo, il crimine risiede proprio in quest’ultima considerazione. Pensare all’arte ed alla cultura come a qualcosa da immettere semplicemente nel grande mercato e da sfruttare, è già di per sé una dissacrazione delle medesime. L’opera dunque non ha più valore di per sé, ma in base al profitto che se ne può ricavare: il tempio si è trasformato in un bordello. Come Sodoma e Gomorra, è destinato alla tragica caduta.
Penso all’arte come ad un tempio perché le arti, tutte, sono lo scrigno che custodisce l’anima di un popolo e di un’epoca, i tesori in cui quest’anima meglio si è espressa e manifestata nei secoli dei secoli. Le opere degli artisti, da sempre, hanno dato forma all’immaginario collettivo, alla pulsione creativa del singolo e della comunità, ma soprattutto al sentimento più profondo che, di volta in volta, è diventato un’opera musicale, un dipinto, una scultura, una cattedrale, un poema, un romanzo.
Proprio in quanto prodotto del sentimento, ogni forma artistica ha una funzione compensatoria rispetto alla durezza della realtà. Ma nell’epoca positivista, la realtà ci viene presentata come qualcosa di necessariamente accattivante, ricca di promesse che sono quasi sempre illusioni. La scienza ci vende il miraggio di una vita lunga, dell’eterna giovinezza; la tecnologia pretende di risolvere tutte le problematiche quotidiane, soppiantando l’impegno e le fatiche dell’individuo. Ci dicono che non abbiamo bisogno di spiritualità, perché il paradiso può essere qui e ora, se facciamo tanti soldi o se diventiamo persone di successo. L’uomo comune può dimenticare i suoi affanni davanti ad una partita di calcio. La pornografia spaccia una versione storpiata del piacere, una dimensione grottesca dell’essere umano che invece di spingerlo all’evoluzione personale lo fa discendere nella profondità delle sue perversioni. La società neoliberista e globalizzata non vuole limiti né confini all’interno del grande mercato che è il mondo. Tutto può e deve essere venduto, persino gli esseri umani attraverso l’abominio dell’utero in affitto. Vuole convincerci che possiamo avere tutto, che ogni genere di pratica sessuale può essere vissuta senza vergogna e addirittura ostentata; peggio, che il genere sessuale medesimo non esiste ma è unicamente frutto di una scelta personale, che basta imparare l’inglese e si può fare a meno della propria terra e cultura, per seguire quello che non è più semplicemente il sogno americano - il quale, se non altro, conservava ancora quel briciolo di genuinità dell’esordio - ma l’ambizione di chi vuole annullare ogni differenza sia nei popoli che nei singoli, per ridurre l’essere umano ad una batteria in grado di alimentare un sistema famelico, capace di divorare ogni cosa per poi digerirla in un ammasso informe, di sfruttare le masse ignoranti per alimentare unicamente gli interessi di pochi oligarchi.
In quest’ottica, la distopia immaginata da molti autori agli inizi del novecento è già realtà. Tutto è mercificato, il corpo umano e i rapporti umani, non c’è posto per il sentimento ed i legami autentici, né tempo per un percorso interiore che porti ad una maggiore consapevolezza. Ora che il Sancta Sanctorum dell’Occidente è stato profanato, l’arte non è più qualcosa di vivo e vivificante, ma un feticcio da esibire in qualche museo, un’attrattiva per turisti e curiosi. I pilastri del Tempio, sui quali reggeva l’intera civiltà, sono crollati. L’arte è morta perché non vi è più il soffio vitale del sentimento ad animarla. Un modo di essere del tutto meccanicistico ha prosciugato la vera passione per la vita e per le sue bellezze, che si tratti di guardare un tramonto, lasciarsi sedurre da un vento primaverile, commuoversi nell’ascoltare una melodia, lasciarsi guidare da un sogno ad occhi aperti, avvertire quel senso di mistero e sacralità quando si entra nell’oscurità permeata d’incenso di una chiesa antica. L’arrivismo nevrotico si è sostituito alla più vera e legittima fame dell’anima.
Quando osserviamo le opere di periodi storici come il Medioevo, il Rinascimento o il Romanticismo, esse ci mostrano lo spirito che ha dato loro la vita e le ha nutrite fino a raggiungere l’eccellenza: un forte sentimento religioso, un rinnovato amore per la natura, o la celebrazione delle tempeste che si agitano nell’animo umano. Ma laddove questo spirito è morto nella comunità, le stesse opere d’arte divengono null’altro che fossili, residui storici che testimoniano l’esistenza di un passato che non è più, spente e mute, o bisbiglianti un linguaggio che siamo incapaci di comprendere.
Senza lo spirito, l’arte perde il suo valore originario.
Se vogliamo che l’arte e cultura dell’Europa tornino al loro antico splendore, dobbiamo riappropriarci dello spirito vitale che abbiamo perduto, e questo significa innanzitutto che non dobbiamo permettere che il fuoco dentro di noi e nella comunità di cui facciamo parte si spenga. Nonostante tutto lo scempio cui siamo costretti ad assistere, spesso impotenti, la fiamma deve continuare ad ardere. Anche se la società in cui viviamo predilige gli automi, i mediocri, e le persone che non sollevano troppi problemi, dobbiamo continuare ad innamorarci disperatamente di qualcosa, fare le cose con passione o non farle affatto, dissentire dal pensiero omologato.
Se conserviamo in noi stessi l’ardore, i sentimenti, il desiderio della bellezza e la giusta spiritualità, l’arte può tornare a rivivere. Il Tempio distrutto può essere ricostruito, pietra su pietra, e nuovamente consacrato. Sul suo altare giace il seme di un vero rinnovamento culturale. 

MR

 
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lunedì 3 ottobre 2016

L'importanza dell'Animale interiore: riconoscerlo e ascoltarlo


La società moderna mi appare come un organismo tecnicamente funzionante ma essenzialmente sterile, o incapace di valorizzare realmente l’animale-uomo per la sua essenza e non per la sua apparenza, sebbene l’essere umano sia il fondamento stesso di qualunque sistema sociale. La civiltà tecnologica, in cambio dei suoi comfort e della sua rigorosa organizzazione, ha imposto un prezzo molto alto per l’uomo: il sacrificio della sua animalità.
Cosa si intende per “animalità”? Il concetto può essere frainteso, se si pensa che ogni volta che si impiegano termini di paragone tra l’umano e l’animale, lo si fa in una accezione negativa. Si dice ad esempio “sei un animale” per dire che sei una persona violenta o senza morale; “sono delle bestie” riferito ad un popolo che vive in uno stato essenzialmente selvaggio, all’insegna della crudeltà.
Eppure, se osserviamo da vicino il mondo degli animali, realizziamo che esso non è basato unicamente sulla legge del più forte, sebbene questa sia il fondamento dell’equilibrio in natura. Osservando un branco di mammiferi possiamo notare un’eccellente organizzazione, un grande rispetto della gerarchia, una vita che lascia ampio spazio al gioco ed alla condivisione. Studiando gli uccelli ci accorgiamo presto di quanta cura abbiano dei propri piccoli; pesci come il salmone ci insegnano quanta potenza vi è in una simile creatura nel mantenere attivo il ciclo della vita. L’esplorazione della natura ci guida alla scoperta di un tesoro preziosissimo. Fare esperienza diretta del mondo naturale agevola la guarigione dell’anima e consente una crescita interiore ed uno sviluppo dell’empatia.
Gli animali riescono a vivere in totale coerenza con se stessi, senza mascherarsi, senza fingere né desiderare di essere ciò che non sono, senza menzogne e con un amore sconfinato per la vita. Questo potenziale, naturalmente, si trova anche nell’essere umano, ma viene castrato sistematicamente dall’ambiente in cui si forma il cucciolo d’uomo. Qualche esempio di questa castrazione è visibile nei metodi educativi: alle ragazze viene insegnato ad “essere carine”, ai ragazzi a non piangere. Avete mai visto una leonessa che si preoccupa di essere carina, magari davanti ad una preda, o peggio ancora ad un bracconiere? Riuscireste ad immaginare un grosso alce che, con la zampa attanagliata dalla trappola di un cacciatore, non si lamenta e piange in modo straziante per il dolore?
La società reprime la parte animale degli esseri umani per ragioni del tutto utilitaristiche: serve che le persone si comportino in un certo modo, dunque non è dato loro di vivere liberamente la propria animalità. Se questo può apparire funzionale per la struttura sociale in cui ci ritroviamo a vivere, di certo non lo è per la nostra anima, né per il raggiungimento di un benessere più profondo che non ha a che fare con l’essere persone ricche o di successo. Ne sono un esempio le numerose malattie della psiche che affliggono l’uomo moderno. Più precisamente, le patologie psichiche così diffuse nell’Occidente industrializzato non sono altro che un campanello d’allarme, un segnale che indica che abbiamo bisogno di recuperare la nostra essenza, di riappropriarci della nostra natura più profonda, di armonizzare il nostro lato istintivo-animale con quello intellettuale-sociale. Vivere la propria animalità non significa abbandonarsi a comportamenti dissoluti, violenti o moralmente riprovevoli. Significa piuttosto trovare un equilibrio tra gli opposti dentro di noi, tra la pulsione e la ragione, tra il potenziale inconscio e quello dell’io cosciente.
La religione dell’antico Egitto offre due magnifiche divinità archetipiche che rappresentano questo dualismo: Sekhmet e Bastet, la Dea-Leonessa e la Dea-Gatto. La prima rappresenta il femminino selvaggio, la forza bruta, l’aggressività ferale. La seconda, invece, è una dea amorevole, protettiva; è il felino addomesticato. Potremmo identificare Sekhmet con il nostro Io-Animale, Bastet con l’Io-razionale, addomesticato dalla società. Perché vi sia equilibrio, entrambe le divinità devono coesistere. Ma non va dimenticato che Sekhmet rappresenta il più importante dei due aspetti, in quanto essa è la prima dea, il femminino originale ma anche il potere devastante del principio solare. In principio era solo Sekhmet. Bastet è un aspetto successivo; nasce dall’addomesticamento del felino selvatico. Bastet è una dea di cui gli uomini hanno bisogno, Sekhmet semplicemente è, a prescindere dai bisogni umani.
Nella tradizione dei Nativi Americani, vi sono animali e spiriti guida; ogni animale possiede una determinata medicina, ossia un potere che, una volta attivato, ha la facoltà di guarire e portare ad un livello superiore di coscienza. Anche attivare il potere dell’animale in noi apre la strada alla guarigione ed alla crescita personale e ci mette sul sentiero di vita che realmente ci appartiene.
Inizialmente non è facile riconoscere il nostro animale interiore. Ci hanno abituato sin da piccoli a reprimerlo, ad ignorare i suoi guaiti, persino a soffocare il suo ringhio feroce. Questo ci ha resi interiormente ciechi, sordi e confusi, vittime e al contempo carnefici del mondo. Ha impoverito il nostro spirito. Ma l’ombra della bestia segue incessantemente la metà alla quale desidera riunificarsi: essa cammina a quattro zampe, e la sua coda spunta prepotentemente tra i vezzi raziocinanti e gli orpelli sotto i quali la società vorrebbe nasconderla. Nelle tenebre dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza, gli occhi di questa fiera brillano selvaggi, pregni ancora dell’antico potere, custodi di un sapere che abbiamo sepolto insieme con le vestigia di ciò che siamo stati.
Un modo per riconnetterci al nostro animale interiore è lavorare spiritualmente con gli animali, attraverso la meditazione per esempio. Vi sono molti testi che illustrano in modo più o meno esaustivo il lavoro con gli animali di potere.
Anche avere animali in casa o stare a contatto con la natura e gli animali, attraverso attività quali, ad esempio, l’equitazione di campagna, agevola il processo di identificazione del proprio lato animale: il bisogno moderno di tenere animali domestici è, in molti casi, la necessità inespressa dell’uomo di riconnettersi alla propria natura selvaggia; questa teoria era già stata avanzata da C.G. Jung.
Ma soprattutto, il lavoro costante indispensabile al risveglio dell’animale interiore, è quello di restare in ascolto di sé, delle proprie sensazioni istintive, di quelle paure apparentemente irrazionali, dei propri desideri più profondi.
Quello che in psichiatria viene etichettato come attacco di panico può essere del materiale molto prezioso da analizzare. Spesso il nostro sentire atavico ci dice molto su cosa è benefico per noi o meno. Può capitare di provare disagio, paura o repulsione di fronte a qualcosa o qualcuno: è quella sensazione istintiva che prova l’animale di fronte al potenziale pericolo. Aggredire o fuggire senza cercare troppe spiegazioni permette all’animale di restare in vita: anche nel caso in cui vi è solo un 70% delle possibilità che si tratti di una reale minaccia, infatti, la bestia non esita; è risoluta. Scappa oppure attacca. Se si soffermasse a pensare se è davvero il caso di fuggire o aggredire, questa esitazione potrebbe costarle la vita.
Noi, al contrario, ci ritroviamo spesso a liquidare queste sensazioni, apportando una miriade di giustificazioni raziocinanti, magari colpevolizzando noi stessi per esserci istintivamente sentiti in un certo modo, ecc. Questo, il più delle volte, si rivela nocivo. Spesso cadiamo nella trappola di persone o situazioni negative. Una delle cause più frequenti degli abusi è rappresentata dal fatto che la vittima non riconosce subito il proprio carnefice. A volte siamo noi a gettarci tra le braccia di persone approfittatrici e senza scrupoli, o a tuffarci in situazioni di vita che ci portano irrimediabilmente ad essere infelici. In tutti questi casi mettiamo a tacere il nostro istinto, forniamo delle motivazioni razionali al nostro agire, fingiamo di non aver percepito nulla di malvagio.
Riconnetterci col nostro animale interiore significa, al contrario, imparare ad ascoltare il nostro istinto, a fidarci di esso, ad agire sulla base di questa fiducia. Può non essere facile, ma poco per volta, lavorando su noi stessi, vedremo le nostre percezioni affinarsi sempre di più, ci sorprenderemo di come certe sensazioni “a pelle” si rivelino veritiere e ci proteggano da eventi o incontri spiacevoli.
A questo punto il nostro animale interiore può manifestarsi a noi attraverso i sogni, assumendo l’aspetto di un animale al quale ci sentiamo particolarmente legati, magari. Ascoltarlo e conoscerlo ci aiuterà ad attivare il suo potere, integrando in noi l’ombra della bestia.
Quando ciò avverrà, le qualità di questo animale e i suoi poteri saranno pienamente attivi in noi e nella nostra vita: la capacità di fiutare il pericolo, ad esempio, l’energia vitale, il dono del carpire le cose nascoste, la forza di volontà nel perseguire gli obiettivi che possono portarci una più duratura felicità, la determinazione nel percorrere unicamente il proprio sentiero, anche nelle condizioni più avverse. Seppur in gabbia, infatti, un lupo sarà sempre un lupo; un falco ferito resterà un falco, e così via.
Può darsi che avremo maggiore risolutezza nell’affrontare ciò che ci minaccia, o nel respingere qualcosa che non sarebbe utile al nostro benessere e alla nostra crescita personale. L’animale, infatti, per sua natura, tende sempre alla sopravvivenza, persegue il proprio bene. Nessun animale si punisce per qualcosa di sbagliato che ha fatto, né si sente umiliato se ha fallito, tantomeno smette di cacciare le sue prede perché una gli è sfuggita. L’animale identifica nella sofferenza, nella prigionia e nella morte il suo nemico atavico; dunque lo combatte o lo rifugge.
Allo stesso modo noi dobbiamo imparare a riconoscere e combattere il nostro antico nemico, ovvero tutto ciò che ci può imprigionare in uno stato esistenziale inferiore, che può fare ammalare la nostra anima, che mira ad annientare il nostro spirito.
A volte, o meglio quasi sempre, il peggior nemico è in noi stessi. Anche in questo caso, l’animale interiore è l’alleato ed il potere migliore di cui disponiamo per distruggere i nostri spettri ed accedere ad un nuovo livello di esistenza, senz’altro più ricco di gioia e di significato. 

MR

"Sogno di una notte di luna crescente", illustrazione di Milena Rao

"Sole e Stelle: il dono del Falco"

"La Forza", illustrazione di Milena Rao.



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lunedì 29 agosto 2016

"Il Nilo a Pompei", visioni mediterranee al Museo Egizio

Domenica 28 Agosto, approfittando dell'iniziativa dei musei a favore dei terremotati, sono stata al Museo Egizio e ho avuto occasione di vedere la splendida mostra Il Nilo a Pompei, visioni d'Egitto nel mondo romano.
Le opere in mostra, tutti elementi di grande bellezza, trasudanti il fascino antico di quei tesori che non invecchiano mai e, in alcuni casi, un'energia ed un magnetismo che non possono fare a meno di catturare i sensi di chi le rimira, evidenziano il meraviglioso sincretismo tra la cultura egizia e quella greco-romana, che in luoghi come l'Italia, l'antico Egitto e l'isola di Delos diventano espressioni di quello che è stato uno dei periodi artistico-culturali più significativi per la Tradizione Mediterranea.
Si evince l'interesse del mondo classico nei confronti di quello egizio, che a tratti sfocia in una vera e propria fascinazione: ne sono un esempio i raffinati manufatti provenienti dalla casa di Ottavio Quarto, la scelta dell'imperatore Domiziano di farsi ritrarre con costumi tipicamente egizi, alla stregua di un vero faraone, e l'ibridazione di divinità greche e latine, come Afrodite o Fortuna, con la dea egizia Iside. A tal proposito ho avuto modo di ammirare delle bellissime statuette, che inglobano attributi delle diverse divinità, dando vita a dee mediterranee della prosperità come Iside Fortuna o l'Afrodite isiaca. Il sincretismo religioso ha fatto sì, infatti, che alcune tra le più importanti divinità del pantheon egizio venissero identificate con gli dèi olimpici. Iside viene così associata ad Afrodite, Osiride a Dioniso, Thot a Hermes. Il culto di Iside si diffonde ampliamente in tutto il mondo mediterraneo, con isei(santuari dedicati alla dea) a Delos, Pompei, Benevento e in Piemonte. Molto appropriata è stata, all'interno della mostra, la scelta di inserire un'effige della Madonna con Bambino accanto a quella di Iside col piccolo Horus, evidenziando in tal modo il vero retaggio dei culti mariani, che sono stati influenzati da religioni molto più antiche, e da queste ultime hanno ereditato i principali archetipi.
Effigi di divinità a testa di canide che reggono il caduceo testimoniano un'ulteriore fusione tra i culti egizi e quelli romani, in questo caso tra le rispettive figure di Anubi e Mercurio. Emerge inoltre l'importanza attribuita dalla cultura egizia agli animali: statue di Horus con testa di falco, di Thot con sembianze di babbuino o con testa di ibis, scarabei utilizzati come portafortuna, affreschi con serpenti, considerati simboli di fecondità, sculture di tori apis, sacri presso gli Egizi, testimoniano il ruolo centrale del simbolismo animale ed il retaggio animista della religione dell'antico Egitto.
Il culto funebre è un altro elemento di grande rilievo, come si può dedurre dalla bellezza dei sarcofagi e degli addobbi delle tombe. Molto emozionante è stato poter vedere dal vivo il papiro tratto dal celebre Libro dei Morti, un testo antichissimo che contiene immagini e riferimenti esoterici sull'anima e sull'aldilà.
Il Museo Egizio di Torino, con le sue sale suggestive e i tesori che ospita, riesce a coinvolgere emotivamente il visitatore, guidandolo in un viaggio nel tempo, alla scoperta dei simboli di potere e delle opere d'arte di un mondo antico che ha lasciato nelle terre del Mediterraneo un'eredità di inestimabile valore.

MR


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lunedì 4 luglio 2016

La Carmen di Bizet: l'intensità della musica e dei personaggi

Il Teatro Regio di Torino ha chiuso la stagione 2015/2016 con una delle opere liriche più belle di tutti i tempi: Carmen, di Georges Bizet.
Non posso che descrivere come un'esperienza unica l'essere stata spettatrice, per la prima volta dal palco centrale, di quest'opera dalla musica impetuosa, travolgente, energica, che esprime il sentimento romantico al pari delle opere verdiane.
Il personaggio della Carmen si differenzia notevolmente dalla maggior parte delle protagoniste femminili del melodramma: è volubile ma sempre volitiva, è una donna libera, non contaminata dalla morale borghese; non è un'aristocratica né una fanciulla del popolo che intenerisce con la sua ingenuità, ma una zingara ed una contrabbandiera. E' forte, sfrontata, astuta. E' coraggiosa al punto da preferire la morte alla perdita della libertà: questo ne fa un'eroina estremamente attuale.
Don Josè, il protagonista maschile, si innamora follemente di Carmen proprio perché lei rappresenta tutto ciò che lui, ufficiale soggetto agli ordini ed alla disciplina, non possiede. Carmen per Josè è il frutto proibito, la libertà, l'amore passionale ed il rifiuto delle regole. E' la fuga dal paradiso sintetico di cui lui è prigioniero.
Micaela, la co-protagonista femminile innamorata di Don José, con la sua genuinità, rimane un personaggio pallido di fronte alla personalità spumeggiante di Carmen. E così vede continuamente sfuggirle l'uomo amato, che a sua volta insegue un amore selvaggio, refrattario a qualunque tipo di catene.
L'amore di Don Josè si configura sempre più come un'ossessione, una tensione morbosa ed autodistruttiva che sfocia nella possessività e nella gelosia violenta verso il suo rivale, Escamillo. Carmen, nonostante tutto, diviene la vittima di quella irrazionale quanto brutale pretesa maschile(o, più in generale, antropocentrica) di addomesticare ciò che è selvatico e libero per natura.
Sul palco Carmen, interpretata sempre dalle voci scure e corpose dei mezzo-soprani, non smette di sedurre fino alla fine con il suo carattere ribelle e spregiudicato, che a tratti appare persino cinico e manipolatore, ma che tuttavia non può fare a meno di conquistare grazie alla grande energia vitale che riesce ad esprimere.

Il Teatro Regio di Torino, con la sua sobria eleganza, le luci e l'atmosfera incantevole, ha saputo offrirci ancora una volta uno spettacolo artistico che, con l'esecuzione impeccabile dell'orchestra e l'ottima interpretazione degli artisti sul palcoscenico, ha creato pura magia.
Tra gli interpreti, dei quali ho apprezzato sia i cori che i solisti, mi sento di esprimere un elogio particolare al soprano Irina Lungu, che ha recitato nel ruolo di Micaela. Oltre alla bella presenza, è impossibile non apprezzarne la voce dai bassi caldi e gli acuti vellutati, la notevole padronanza della tecnica. Di certo uno dei migliori soprani che ho visto esibirsi al Regio.

Mi sento tuttavia di fare una piccola critica alla scenografia, decisamente troppo scialba e spartana, che, insieme ai costumi, avrei preferito fosse curata di più, in modo da esprimere meglio le atmosfere vistose e colorate che evoca la musica di Bizet.

MR

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